Romanzo di formazione

Il romanzo di formazione è un genere letterario che racconta l’evoluzione del personaggio verso la maturità e l’età adulta.

Può rientrare in diverse categorie: romanzo psicologico-intimistico, romanzo di ambiente e costume, romanzo didattico-pedagogico. Può usare diverse formule come quella del romanzo storico, del romanzo autobiografico, del romanzo epistolare, ecc. .. .

Strettamente parlando il romanzo di formazione è un genere tipico della narrativa tedesca. Il “Bildungsroman”, tradotto di solito come “romanzo di formazione”, è un genere letterario che si riferisce a una serie di romanzi che in diversa maniera seguono le tracce del capostipite di questo genere, vale a dire del romanzo di Goethe Wilhelm Meisters. Oggi questa definizione viene attribuita  anche ad opere di altre letterature nazionali, a romanzi francesi, inglesi o anche italiani.

Tanto il tipo di romanzo definito “Bildungsroman”, quanto la definizione stessa del genere, sono il prodotto di una ben determinata epoca.

Già il termine stesso che caratterizza questo genere di romanzo, vale a dire la “Bildung”, rimanda ad un’epoca e ad un contesto culturale ben preciso. Il sostantivo “Bildung”, che il vocabolario traduce con “formazione”, “educazione”, ma anche “istruzione” o “cultura”, è anche in tedesco un termine  che indica tanto il processo di formazione che il risultato di questo processo, la forma, e quindi tanto la cultura, il gusto o le conoscenze acquisite, quanto il processo che conduce a questa acquisizione. Il termine “Bildung” assume il suo significato attuale solo a partire dalla seconda metà del ‘700 nel contesto di un nuovo “umanesimo”, vale a dire del progetto di una formazione armonica di tutte le forze fisiche e spirituali dell’uomo. In generale si può dunque dire che la “Bildung” indica un processo di sviluppo e di crescita che rappresenta il risultato di un incontro tra una legge interiore e le circostanze del mondo esterno.

Questa definizione di genere venne utilizzata per la prima volta da un critico tedesco, Karl von Morgenstern. Fu tuttavia solo con Wilhelm Dilthey, verso la fine dell’Ottocento, che questa categoria divenne di uso comune per indicare soprattutto il romanzo di Goethe e altri romanzi tedeschi dell’Ottocento che in un modo o nell’altro ne avevano seguito le tracce.

Morgenstern non si limita a definire il genere in base al contenuto, che deve rappresentare un processo di “Bildung” dell’eroe, bensì vede rappresentata in questo tipo di romanzo anche un’evoluzione interiore dell’autore, il quale deve tendere attraverso la sua opera ad una “Bildung” del lettore.

Dilthey, portando avanti la definizione del romanzo data da Hegel nelle sue lezioni di estetica, che vedeva rappresentata in questo genere la lotta tra la “poesia del cuore” e la “prosa della realtà” esteriore, pone l’accento su questo aspetto contenutistico del “Bildungsroman”: questo rappresenta secondo lui “la storia di un giovane uomo, che fa il suo ingresso nella vita avvolto da una felice incoscienza, cerca anime gemelle, incontra l’amicizia e l’amore, si scontra però con le dure realtà del mondo e tra molteplici esperienze di vita matura, ritrova se stesso e si assicura del suo compito nel mondo.”

Mentre Hegel, pur senza parlare esplicitamente di “Bildungsroman”, ma solo del genere del romanzo, aveva fatto dell’umorismo sulle velleità rivoluzionarie di questi giovani protagonisti, che dopo aver sognato grandi ideali ed essersi scontrati con la realtà, finiscono per rassegnarsi e accomodarsi in un angusto mondo piccolo-borghese, Dilthey vede proprio in una simile armonizzazione finale tra individuo e mondo esteriore una delle caratteristiche principali del “Bidlungsroman”.

Dal punto di vista del contenuto, si può affermare che al centro dei cosiddetti “Bildungsromane” vi è la storia della vita di un giovane protagonista, che attraverso una serie di errori e di disillusioni giunge a instaurare un rapporto positivo o perlomeno di compromesso con il mondo. Il raggiungimento di questo compromesso finale tra le aspirazioni dell’individuo e le necessità della realtà circostante non deve tuttavia per forza essere realizzato: è importante che esso esista come idea guida e traguardo finale del processo di formazione, ma può essere anche mancato oppure svuotato ironicamente del suo valore. E’ importante, inoltre, che il protagonista del romanzo abbia coscienza di questa ricerca, che le esperienze da lui fatte non siano cioè una sequenza casuale di avventure, bensì costituiscano gradini sulla via di un processo di orientamento, di crescita e di maturazione del protagonista. Alcuni dei momenti tipici di questa evoluzione sono il confronto con i genitori e la casa paterna, l’influsso di educatori o istituzioni educative, l’incontro con la sfera dell’arte, avventure sentimentali od erotiche, l’esperienza di una professione ecc.

Nel “Bildungsroman”  il narratore si trova in una posizione di superiorità tanto di fronte all’eroe che al lettore, avendo per così dire già raggiunto quella “Bildung” verso cui l’eroe è ancora in cammino. Per questo il narratore nel “Bildungsroman” ha spesso un atteggiamento di benevola ironia nei confronti dell’eroe del romanzo. Il processo di formazione non riguarda tuttavia solamente l’eroe della vicenda narrata, bensì anche il lettore stesso, il quale attraverso il racconto e attraverso il commento del narratore deve a sua volta essere “educato” o “formato”.

Un tale tipo di romanzo presuppone l’esistenza di un individuo che sia cosciente del proprio valore e soprattutto della possibilità e dell’importanza della propria educazione e formazione. Esso presuppone però allo stesso modo anche la presenza di un narratore che sia in possesso di una simile coscienza, nonché di un lettore che non consideri più l’arte e in particolare la letteratura come semplice passatempo o come tramite di insegnamenti morali, ma che sia invece disposto a crescere e a formarsi con e attraverso la letteratura. Tutte e tre queste premesse si realizzano però in Germania, solo nella seconda metà del 700.

E’ infatti proprio nel 700 che l’uomo acquista una nuova centralità, come testimonia soprattutto la nascita in quest’epoca delle nuove scienze umane quali l’antropologia e la psicologia. Dal punto di vista letterario, questa nuova dignità dell’individuo si rispecchia anche nello sviluppo della moderna autobiografia.

La rapida evoluzione della tecnica, il formarsi di nuove classi sociali e in generale l’acuirsi delle differenze e anche dei contrasti sociali, la crescente politicizzazione della vita sociale e quindi anche della letteratura che caratterizzano l’800, uniti al conseguente crescente spaesamento dell’individuo di fronte a questa realtà in movimento, fanno apparire l’idea stessa del “Bildungsroman”, che deve rappresentare il processo di integrazione dell’individuo singolo, con le sue facoltà innate, nella società che lo circonda, come inadeguato. Si afferma dunque in quest’epoca, sull’onda del successo dei romanzi di Walter Scott, il “romanzo storico”, che metteva in secondo piano l’eroe individuale e accentrava la sua attenzione piuttosto sugli avvenimenti storici. Almeno in parte in contrasto con il romanzo storico, per quanto questo poteva rappresentare una fuga dalla realtà presente, si afferma poi quello che viene definito il “Zeitroman” (romanzo di un’epoca) o “Gesellschaftsroman” (romanzo sociale). Il compito di un simile romanzo, consisteva appunto nel rappresentare non l’evoluzione di un singolo individuo, bensì piuttosto la realtà sociale e politica presente. Per questo esso si distacca quindi decisamente dalla figura del singolo protagonista, per introdurre invece nella narrazione un punto di vista poliprospettico.

Franco Moretti, Il romanzo di formazione:

Achille, Ettore, Ulisse: l’eroe dell’epica classica è un uomo fatto, un adulto. Enea, che reca in salvo un padre ormai troppo vecchio e un figlio ancora troppo giovane, ben riassume la rappresentatività di chi è «nel mezzo» della vita. Poi, con il primo enigmatico eroe dell’età moderna, il paradigma si incrina. Stando al
testo, Amleto ha trent’anni: per la cultura rinascimentale, ha cessato da un pezzo di essere giovane. Ma non così per la nostra cultura, che nell’eleggere Amleto a suo contemporaneo ne ha «dimenticato» l’età; o meglio, l’ha falsata e, molto semplicemente, ha
ringiovanito il principe di Danimarca.

La spinta decisiva in questa direzione è opera, come è noto, di
Goethe: ed è sintomatico che prenda corpo proprio in quel romanzo che codifica il nuovo paradigma, e fissa nella gioventù la
parte più significativa dell’esistenza. E nato il Bildungsroman: la
Forma che domina – o, più esattamente, rende possibile – il secolo d’oro della narrativa occidentale. Ed è nato naturalmente un
nuovo eroe – Wilhelm Meister. E dopo di lui, Elizabeth Bennet e
Julien Sorel, Rastignac e Frédéric Moreau e Bel-Ami, Waverley e
David Cooperfield, Renzo Tramaglino, Evgenij Onegin, Bazarov,
Dorothea Brooke.

Gioventù, dunque. Gioventù, possiamo aggiungere, come determinazione sostanziale, fondamentale di questi eroi. Anche
l’Oreste di Eschilo era giovane: ma tale caratteristica conservava
un che di accidentale e subordinato – l’essere il figlio di Agamennone, per esempio, era immensamente più significativo dell’essere un giovane. Ma a fine Settecento le priorità si rovesciano, e ciò
che rende Wilhelm Meister e i suoi successori rappresentativi e interessanti è, in buona sostanza, il mero fatto di essere giovani. La
gioventù – le tante diverse gioventù del romanzo europeo – diviene così, per la cultura occidentale moderna, l’età che racchiude in sé il «senso della vita»: è la prima cosa che Mefisto offrirà a
Faust.

Nelle «comunità stabili» – nelle società di status, o «tradizionali» – «1′ “essere giovani” si realizza solo nella differenziazione
biologica»: così Karl Mannheim. Il giovane, qui, è un non-ancora-adulto, niente di più. La sua gioventù ricalca passo passo quella dei suoi avi, e lo introduce ad un ruolo che gli preesiste e gli sopravviverà. Non ha una cultura che la contraddistingua e la valorizzi
in quanto tale. E’, potremmo dire, una gioventù invisibile, e insignificante.

Poi la società di status inizia a crollare – le campagne si svuotano e le città crescono, il mondo del lavoro cambia volto con
straordinaria e incessante rapidità. La socializzazione incolore e
quasi inavvertita cui metteva capo la «vecchia» gioventù diviene
sempre più improbabile: si trasforma in un problema, e rende problematica la gioventù stessa. Già con Wilhelm Meister l’« apprendistato» non è più il lento e prevedibile cammino verso il lavoro
del padre, ma incerta esplorazione dello spazio sociale: e sarà poi
viaggio e avventura, bohème, vagabondaggio, smarrimento. Esplorazione necessaria: perché i nuovi squilibri e le nuove
leggi del mondo capitalistico rendono aleatoria la continuità tra le
generazioni, e impongono una mobilità prima sconosciuta. Esplorazione desiderata: perché quello stesso processo genera speranze
inaspettate, e alimenta così un’interiorità non solo più ampia che
in passato, ma soprattutto – come ben vide Hegel, che peraltro deprecò tale sviluppo – perennemente insoddisfatta e irrequieta.

Mobilità e interiorità. Certo, la gioventù moderna non è tutta
qui: la crescente influenza della scuola, il rinsaldarsi dei legami interni di generazione, un rapporto interamente nuovo con la natura, la «spiritualizzazione» della gioventù: ecco alcune caratteristiche altrettanto salienti della sua storia «reale». Eppure il romanzo di formazione le scarta come irrilevanti, e dalla gioventù «reale »
astrae quella gioventù «simbolica» che si riassume nella mobilità e nell’interiorità.

Tra Sette e Ottocento è in gioco qualcosa di ben
più gigantesco della riorganizzazione della gioventù. Quasi senza
preavviso, nel sogno e nel sangue della «doppia rivoluzione», l’Europa precipita nella modernità: ma senza possedere una cultura della modernità.

La modernità come processo ammaliante e pericoloso, fatto di grandi speranze e di illusioni perdute. La modernità come,
sono parole di Marx, rivoluzione permanente: cui l’esperienza depositata nella tradizione appare come zavorra di cui disfarsi, e non
può dunque più riconoscersi nella maturità, e men che meno nella vecchiaia.

In questo primo senso la gioventù viene dunque scelta come
«concreto segno sensibile» della nuova epoca – viene scelta al posto degli altri mille segni possibili – perché permette di accentuarne dinamismo e instabilità. E, come dire, modernità allo stato puro, segno di un mondo che cerca il suo senso nel futuro anziché nel
passato. E certo, era impossibile mettersi spiritualmente al passo
coi tempi senza recepirne l’impeto rivoluzionario: una forma simbolica incapace di farlo sarebbe stata perfettamente inutile. Ma se
avesse saputo fare solo questo, d’altro canto, avrebbe rischiato di
autodistruggersi in quanto forma: secondo una nutrita tradizione critica, giusto quel che avvenne al Faust, l’altro grande tentativo
goethiano di rappresentare la modernità. Se insoddisfazione interiore e mobilità rendono dunque la gioventù romanzesca «simbolica» della modernità, le impongono però anche di condividere la
«formlessness», la proteica inafferrabilità della nuova epoca. Per
divenire una «forma», dalla gioventù deve emergere una caratteristica diversa, e anzi opposta a quelle appena descritte: l’idea –
molto semplice, e anche un po’ filistea – che la gioventù «non dura in eterno». E’ breve, o comunque ha un termine, e permette così, o meglio costringe a fissare a priori un vincolo formale alla raffigurazione della modernità. Solo imbrigliandone la natura sconfinata e inarrestabile; solo accettando di tradirne in certa misura
l’essenza – solo così si direbbe che la modernità possa venire rappresentata. Solo così,  essa può essere «umanizzata»: divenuta una forma, essa agisce come un organo del nostro sistema emotivo e intellettuale anziché contrapporglisi come
quella forza esterna che lo bombarda con quell’« eccesso di stimoli» che – da Simmel a Freud a Benjamin – è sempre apparso come
la massima minaccia del nuovo mondo.

Dinamismo e limite, irrequietezza e «senso della fine»: costruita com’è su così drastiche antitesi, la struttura del romanzo di formazione non potrà che essere intimamente contraddittoria. Cosa che pone problemi di grande interesse per l’estetica
e di interesse ancor maggiore per la storia della cultura.

Benchéil concetto di Bildungsroman sia divenuto col tempo sempre più approssimativo, è comunque chiaro che con esso cerchiamo di indicare una delle più armoniose soluzioni mai offerte a un dilemma
connaturato alla civiltà borghese moderna: il conflitto tra l’ideale
dell’« autodeterminazione» e le esigenze, altrettanto imperiose,
della «socializzazione». Da due secoli a questa parte, infatti, le società occidentali hanno riconosciuto al singolo il diritto a sceglier
da sé la sua etica e la sua idea di «felicità»; a immaginare e progettare in libertà il proprio destino. Diritti enunciati nei proclami
e incisi nelle costituzioni: ma non per questo universalmente realizzabili. Perché si danno, come è ovvio, aspirazioni in contrasto
fra loro: e se la società capitalistica e liberal-democratica è senz’altro quella che meglio sa convivere con il conflitto, è egualmente
vero che, in quanto sistema di rapporti sociali e politici, tende anch’essa ad assestarsi su un funzionamento prevedibile, regolare «normale». Esige, come ogni sistema, accordo, omogeneità, consenso.

WILHELM MEISTER DI GOETHE

Il capostipite del romanzo di formazione sembra essere rappresentato dal Wilhelm Meister (1796) di Goethe. Benché  siano stati espressi molti dubbi tanto sul successo della “Bildung” raggiunta da Wilhelm in conclusione delle sue avventure, pure non vi è dubbio che nel romanzo sono presenti molti elementi che rimandano a questa idea di “Bildung”. Essa non va cercata tuttavia solo nel personaggio principale, quanto piuttosto in tutta la costellazione dei diversi personaggi, che nel passaggio dalla prima alla seconda parte del romanzo indicano la via di un superamento del soggettivismo verso un impegno concreto nel reale. Anche Wilhelm compie comunque all’interno del romanzo dei progressi verso una “Bildung”, superando le sue illusioni e il suo soggettivismo. Ciò è evidente ad esempio nel suo diverso modo di considerare l’arte a partire dal primo discorso con lo sconosciuto fino alla sua visita alla galleria dello “zio” nella seconda parte del romanzo. Anche la sua maniera di considerare l’opera di Shakespeare e in particolare la sua analisi dell’Amleto sono testimonianza di un tale progresso.

E’ la storia di un ragazzo che scopre la sua passione per il teatro e, invece di fare il commerciante come voleva suo padre, diventerà attore e scrittore. E’ la storia di una vocazione, ma anche di un’illusione: Wilhelm, dilettante di genio, non sa chi è e per tutto il libro si cerca. E’ irresoluto, vago, ingenuo, incostante. Non è un eroe. Non sa quello che vuole, e non è sicuro che quel che raggiunge sia quel che desiderava raggiungere. Ma sa guardare il mondo, e accoglierlo dentro di sé. Sta attento a tutti i segni che la vita gli offre: a volte li capisce e a volte no, ma non importa, ha una fede speciale: che sopra di lui, invisibile, sia disegnato un destino.

Eventi casuali portano il protagonista ad avvicinarsi al teatro: i burattini regalati dalla nonna, le recite organizzate con gli amici e, infine, l’incontro con Marianne, un’attrice che lo proietta totalmente nel mondo teatrale. Marianne è un personaggio chiave perché, con lei, Meister conosce quale sia la vera natura del teatro: non la magniloquenza e la retorica del grande teatro tragico, ma la quotidianità della ‘confusione del camerino’. Meister sogna di essere un grande attore che recita le tragedie classiche con tutta l’enfasi e la retorica del caso. Con Marianne impara che il mondo teatrale non è ordine, ma un continuo andirivieni tra recita e vita quotidiana. La storia d’amore con Marianne è destinata a concludersi perché la vocazione teatrale di Wilhelm deve procedere. E allora ritroviamo il protagonista in strada, in viaggio, pronto a fare nuove esperienze di vita: fondamentale è, a questo punto, l’incontro con una compagnia di saltimbanchi con i quali tenterà di mettere in scena l’Amleto. È proprio l’incontro con una compagnia di artisti ‘irregolari’, nomadi, che fa scoprire a Wilhelm la vera essenza del teatro: il teatro non è il teatro borghese, ma una forma più popolare in cui si realizza veramente il processo di catarsi auspica da Aristotele nella Poetica.

La stesura del romanzo non fu regolare, Goethe ci lavorò per quasi tutta la vita. La prima redazione, che risale al 1777 – 1785, si contraddistingue per una narrazione lineare: si segue la vocazione teatrale del giovane dalla sua fanciullezza fino all’incontro con la compagnia di saltimbanchi. Goethe, non soddisfatto del romanzo, lo interruppe e lo riprese solamente nel 1796. Questa seconda redazione è profondamente diversa dalla prima (la prima stesura è quella che comunemente si legge): Goethe abbandona la narrazione lineare per una struttura circolare in cui il protagonista ormai adulto racconta il suo passato: è la prospettiva di Goethe maturo che, superati gli slanci romantici, si dedica ad una più pacata riflessione sulla natura del teatro.

Lo spettacolo durava da gran tempo. La vecchia Barbara si affacciava di tanto in tanto alla finestra, ad ascoltare se si sentisse il rumore delle carrozze. Aspettava Marianna, la sua bella e giovane padrona, che quella sera, camuffata da ufficialetto, aveva mandato in visibilio il pubblico nel balletto finale. E l’aspettava con più impazienza del solito, di quando non aveva da porle innanzi che una modesta cena. Questa volta aveva da farle una sorpresa con un pacchetto che il giovane e ricco mercante Norberg le aveva spedito, per mostrare che, anche di lontano, pensava alla sua bella.

Barbara, nella sua qualità di vecchia domestica, confidente, consigliera, mezzana e massaia, aveva in qualche modo il diritto di rompere i suggelli; e anche quella sera, non aveva potuto resistere alla curiosità, ché il favore del generoso amante stava più a cuore a lei che alla stessa Marianna.

Chiunque ci avvenga di veder lottare per conseguire uno scopo, sia esso per noi lodevole o no,
può contare sulla nbstra partecipazione; ma appena raggiunge l’obiettivo, il nostro sguardo subito lø abbandona;
tutto quello che è finito, compiuto, non può assolutamente
tener desta la nostra attenzione, soprattutto se fin da prima
avevamo pronosticato all’impresa un cattivo esito.

Perciò non intratterremo lungamente il lettore con le
pene e le angosce in cui il nostro sventurato amico dovette
battersi quando vide distrutti in modo così inatteso i suoi
desideri e le sue speranze. Anzi, non appena avremo esposto quanto è strettamente necessario per la coerenza della
nostra storia, faremo un balzo di alcuni anni e andremo
piuttosto a cercarlo là dove speriamo di trovarlo immerso
in una sorta di vita attiva e felice.

La peste o una febbre maligna infuriano con tanta maggiore rapidità e veemenza quando attaccano un corpo sano,
forte; e il nostro povero Wilhelm venne sopraffatto così
l’improvviso dalla sventura, che in un solo istante tutto
il suo essere ne fu sconvolto. Come quando un fuoco d’artificio, durante la preparazione, improvvisamente s’infiamma, e i cartocci di polvere perforati e riempiti ad arte che,
disposti e accesi secondo un certo ordine, avrebbero dovuto
disegnare nel cielo splendide e mutevoli immagini, ora invece scoppiettano e sibilano pericolosamente per ogni dove, così nell’animo del giovane tutto era naufragato insieme: felicità e speranza, voluttà e gioia, realtà e sogno. In simili momenti di desolazione l’amico che si precipita in soccorso è paralizzato dall’orrore, e per la vittima è un bene
che i sensi lo abbandonino.

Seguirono giorni di dolore violento, sempre ripetuto e
volontariamente rinnovato; ma anche questi si devono considerare una grazia della natura. In quelle ore Wilhelm non
aveva ancora perduto del tutto l’amata; i suoi dolori erano
tentativi instancabilmente rinnovati di trattenere la felicità
che gli sfuggiva dall’anima, di riafferrarne la possibilità nell’immaginazione, di procurare alle sue gioie per sempre
svanite una breve sopravvivenza. Così non si può definire
del tutto morto un corpo in cui la decomposizione non è
ancora compiuta, finché le forze, che invano cercano di
operare secondo il loro antico compito, non si esauriscono
nella distruzione delle parti cui prima davano vita; solo
quando ogni cosa è interamente consumata, quando vediamo tutto ridotto in polvere indifferente, allora sorge in noi
il pietoso, vuoto sentimento della morte, che solo il soffio di
chi vive in eterno può rianimare.

In un animo così nuovo, integro, amabile, c’era molto da
sradicare, da distruggere, da uccidere, e la stessa forza della
gioventù, rapida guaritrice, diede alla virulenza del dolore
nuovo nutrimento e nuova forza. Il colpo aveva intaccato alle radici la sua intera esistenza. Werner, suo necessario
confidente, pieno d’ardore si armò di ferro e di fuoco per
respingere nei suoi più intimi recessi quell’odiosa passione,
quel mostro. Troppo propizia era l’occasione, troppo tangibile la prova – e a quante storie e storielle egli seppe far ricorso! Procedette passo a passo con violenza e crudeltà, non
concesse all’amico il ristoro del più piccolo momentaneo
inganno, gli sbarrò la via di ogni rifugio che potesse offrirgli
scampo alla disperazione, così che la natura, la quale non
voleva la rovina del suo figliolo, dovette aggredirlo con una
malattia perché egli potesse avere uno sfogo su un altro versante.

Una febbre violenta – col suo seguito di medicine, sovreccitazione e spossatezza -, le cure della famiglia, l’affetto dei
coetanei, che si fa sentire veramente soltanto nel momento
del bisogno e della necessità, furono ciò che poté distrarlo
dalla sua mutata condizione e un ben misero passatempo.
Solo quando cominciò a ristabilirsi, cioè quando le sue forze furono esaurite, Wilhelm guardò con spavento in fondo

a quel doloroso abisso di arida infelicità, così come si guarda nel vuoto cratere di un vulcano spento.

Adesso si muoveva i più acerbi rimproveri perché, dopo
aver subito una perdita così grande, poteva ancora avere
qualche momento senza dolore, di calma, d’indifferenza.
Disprezzava il suo cuore e non desiderava che il conforto
della sofferenza e del pianto.

Per provocarli richiamava alla mente tutte le scene della
felicità trascorsa. Se le dipingeva con la maggiore evidenza,
si sforzava di riviverle, e quando era giunto con grande fatica alla massima intensità, quando il sole dei giorni passati
pareva rianimare le sue membra e sollevargli il petto, guar-
dava indietro nel baratro tremendo, ristorava l’occhio nelle
micidiali profondità, vi si gettava dentro ed estorceva alla
natura le più atroci sofferenze. Con questa ripetuta crudeltà
lacerava se stesso; poiché la giovinezza, così ricca di forze latenti, non sa quel che sperpera quando al dolore prodotto
da una perdita aggiunge tante sofferenze forzate, come se
soltanto in tal modo volesse dare un vero valore a ciò che ha
perduto. Inoltre era così convinto che questa perdita fosse
l’unica, la prima e l’ultima che potesse patire in vita sua, da
detestare ogni consolazione tendente a dimostrargli che
quelle sofferenze erano destinate ad avere fine.

Felix era balzato in giardino e Wilhelm lo seguì in estasi:
il mattino più fulgido rivestiva ogni oggetto di un nuovo incanto ed egli assaporò un momento di purissima serenità.
Felix era nuovo a quel mondo libero e meraviglioso, e suo
padre non conosceva molto meglio di lui le cose sulle quali
il piccolo non si stancava, a più riprese, d’interrogarlo. Alla
fine si unirono al giardiniere, che dovette dir loro, per filo e
per segno, il nome e l’uso di molte piante; Wilhelm vedeva
la natura attraverso un nuovo organo, e la curiosità, l’avidità
di apprendere del bimbo gli fecero capire solo allora quale
scarso interesse egli avesse nutrito per il mondo esterno,
quanto poco sapesse e conoscesse. In quel giorno, il più lieto
della sua vita, gli pareva che cominciasse anche la sua personale educazione; sentiva la necessità di imparare poiché
era chiamato a insegnare.

Moretti, ne Il romanzo di formazione, dedica alcune pagine a La vocazione teatrale di Wilhelm Meister in cui si sofferma a riflettere su uno tra gli aspetti più interessanti del romanzo: le esperienze di vita che Wilhelm compie, non si realizzano all’interno del mondo borghese da cui egli proviene, ma come membro di una compagnia di guitti. Moretti osserva come la società borghese impostata su valori materiali, come il denaro, non permette un processo di formazione, mentre esperienze alternative, come il viaggio con gli attori, permettono di portare a termine diverse esperienze di vita e quindi di giungere alla maturità.

Mi persi in profonde riflessioni e, dopo quella scoperta, divenni più calmo e nel medesimo tempo più inquieto di prima. Una volta che avevo appreso
qualcosa, mi pareva di saperne meno che mai, e avevo ragione, perché mi
mancava il nesso, e in fondo è proprio questo che conta.

La presenza delle antiche opere d’arte a lui note lo attirava e lo respin-geva in pari tempo. Egli non poteva far suo né abbandonare nulla di quanto
lo circondava: tutto gli destava dei ricordi; vedeva l’anello intero della sua
vita, ma esso ora gli stava davanti spezzato e sembrava non volersi più saldare in eterno.

All’inizio come alla fine del romanzo, il problema di Wilhelm
è sempre lo stesso: non riesce a costruire un «nesso», a dare alla
sua vita la forma di un «anello», e saldarlo. E se ciò non avviene,
la sua esistenza rischia di restare incompiuta – anzi, peggio: insensata. Giacché «senso» e «nesso», nel Meister, sono una cosa sola. Un’esistenza è «sensata» se la concatenazione interna della temporalità individuale («la trama di tutta una vita») è al tempo stesso apertura all’esterno, reticolo sempre piti fitto di rappor-ti «con le umane cose». In questo quadro si è veramente «se stessi» solo in quanto si esiste  per il tutto. Autosviluppo e integrazione sono
percorsi complementari e convergenti, al cui punto d’incontro e
di equilibrio si colloca quella piena e duplice epifania del senso che
è la «maturità». Raggiunta la quale, il racconto ha realizzato il suo
scopo e può senz’altro finire.

Per pervenire alla sintesi conclusiva della maturità, di conseguenza, non basta ottenere dei risultati oggettivi, quali che siano
– imparare un lavoro, fondare una famiglia. Bisogna innanzitutto
apprendere, come Wilhelm, a indirizzare «la trama della propria
vita» in modo che ogni momento rinsaldi il proprio senso di appartenenza ad una più vasta comunità. Bisogna usare il tempo per
trovarsi una patria. Se non lo si fa, o non vi si riesce, abbiamo una
vita sprecata: senza scopo, senza senso. Lo prova, negli ultimi libri, il destino di Aurelie, dell’Arpista – di Mignon:

«Cattiva bambina, non ti abbiamo proibito tutti i movimenti violenti?

Senti come ti batte il cuore!»

«Lascia che si spezzi. Batte già da troppo tempo».

Sono le ultime parole di Mignon. Per lei, lo scorrere del tempo
– la trama come sequenza cronologica – non si è trasfigurato in una
trama come sistema di relazioni, come anello. La sua nostalgia
– «Conosci la terra dove fioriscono i limoni? » – è sintomo di una
vita in cui nessun legame ha soppiantato il vincolo dell’origine: il
tempo vi ha assunto la forma di un battito sempre uguale a se stesso. Forma meccanica, spossante, perché senza scopo e senza patria. All’esterno del tutto non c’è una vita solitaria, amara, conflittuale: non c’è vita, di alcun genere.

All’interno, c’è qualcosa di più della vita; o forse solo di più roseo. Le ultime parole di Wilhelm:

Io non conosco il valore di un regno; ma so che ho raggiunto una felicità

che non merito, e che per nulla al mondo vorrei cambiare.

Sono, queste, anche le ultime parole del romanzo. L’anello si
è chiuso, la vita ha trovato il suo senso: è il momento del cerchio,
figura di un tempo che – raggiunto il suo scopo – continuerà si a
scorrere, ma senza più né scosse né mutamenti.

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Il romanzo di formazione fiorisce pure in Francia. Stendhal  nel 1830 inaugura il romanzo realistico con Il rosso e il nero, storia di un arrivista che alla fine delle sue esperienze si rende conto che il suo vero io si era espresso nell’amore disinteressato; Gustave Flaubert nel 1869 con L’educazione sentimentale racconta il fallimento di una grande ambizione che sperava di potersi realizzare nella capitale parigina.

In Inghilterra troviamo Charles Dickens con David Copperfield, romanzo autobiografico del 1850, in cui descrive dolori paure e innamoramenti dell’infanzia che si concludono con un felice inserimento sociale, con l’amore e la sconfitta dell’infingardaggine e dell’immoralità. Charlotte Brontë nel 1847, con il romanzo melodrammatico Jane Eyre, scandalizza per la descrizione della passione amorosa della protagonista. George Eliot (pseudonimo di Mary Ann Evans) nel 1872 pubblica a puntate Middlemarch: studi di vita in provincia, interessante saggio di psicologia e descrizione d’ambiente.

In Italia ricordiamo Ippolito Nievo per le Confessioni di un italiano, uscito nel 1858, in cui l’autore rivive la propria infanzia alla luce della raggiunta maturità che allude alla raggiunta unità nazionale.

Più recentemente nel 1906 lo scrittore austriaco Robert Musil nell’autobiografico I turbamenti del giovane Törless, in una vita di collegio con esperienze abiette, racconta il passaggio dalla fanciullezza alla virilità e la scoperta delle contraddizioni della società borghese. Lo scrittore irlandese James Joyce nel 1917 nel Ritratto dell’artista da giovane, più conosciuto in Italia col titolo di Dedalus, esprime le emozioni dell’infanzia, i turbamenti della pubertà, le insoddisfazioni della giovinezza, ed infine, come Dedalo, la fuga da Dublino che lo imprigiona per approdare  esule  nel continente. Nel 1947 nel Doktor Faustus di Thomas Mann, troviamo simboleggiate le farneticazioni naziste nelle vicende del protagonista che impazzisce dopo aver composto un pezzo di musica dodecafonica che spazza via le leggi musicali.

AGOSTINO DI ALBERTO MORAVIA

In Agostino di Alberto Moravia la vicenda di un singolo individuo si intreccia con un momento storico particolarmente drammatico, l’occupazione tedesca di Roma nel 1944. Agostino, un bambino come tanti, sembra voler esaurire la difficoltà dell’esistere in un rapporto assoluto e viscerale con la madre. Ma la vita lo strapperà bruscamente a questo impossibile sogno idilliaco.

Agostino è  ritratto da Moravia negli anni di passaggio dalla fanciullezza all’età adulta. E’ un adolescente incompleto, che vive ancora in un “mondo bambino”, al cui centro domina, incontrastata, la figura materna. Durante una vacanza al mare, Agostino scopre di non poter più godere delle esclusive attenzioni della madre, che ora sono rivolte ad un uomo, un giovane bagnino del luogo. Il distacco si compie, dopo uno schiaffo.

“Piangeva piano per non disturbare questo dolente lavorio della memoria, pur piangendo schiacciava con le punte delle dita, sulla pelle intrisa, le lagrime che lente, ma ininterrotte gli spicciavano dagli occhi. Nella cabina c’era una rada e afosa oscurità; ebbe ad un tratto la sensazione che l’uscio si aprisse; e quasi desiderò che la madre, pentita e affettuosa, gli ponesse una mano sulla spalla e prendendogli il mento rivolgesse a sé il suo viso. E già si preparava con le labbra a mormorare “mamma”, quando udì un passo entrare nella cabina e la porta richiudersi, senza per questo che alcuna mano gli sfiorasse le spalle e gli accarezzasse il capo. Allora sollevò il capo e guardò. Ritto presso la fessura della porta socchiusa, in atteggiamento di chi spii, vide un ragazzo che gli parve essere della sua stessa età.”

Agostino conosce una banda di ragazzi del popolo abituati a vivere alla giornata ai confini della legalità. In mezzo a loro il giovane protagonista comprende oscuramente «di pagare la sua diversità e la sua superiorità».

Il Tortima, uno dei ragazzi della banda, convince Agostino ad andare a bussare alla porta di una prostituta. «La donna li scrutò un momento senza benevolenza, quindi, in silenzio, accennò al Tortima come per invitarlo a passare. Il Tortima sorrise rinfrancato e si slanciò verso la porta a vetri. Agostino fece per seguirlo. “Tu no”, disse la donna fermandolo per la spalla. (…) “Sei troppo piccolo, Pisa”, disse il Tortima beffardo».

Nella pudica visione che Agostino ha dell’esistenza all’inizio del libro campeggia, solitario, solo un desiderio, rivolto alla madre: « il  desiderio di seguirla ovunque, anche in fondo al mare».

Quella stessa madre, perfetta e castamente rappresentata dai suoi occhi di bambino, cambia, diventa  il punto di partenza per l’osservazione della donna, di un universo che il giovane protagonista non ha mai esplorato: «Il primo impulso di Agostino, a tale vista, fu di ritrarsi in fretta; ma subito questo nuovo pensiero, “È una donna”, lo fermò, le dita aggrappate alla maniglia, gli occhi spalancati. Egli sentiva tutto il suo antico animo filiale ribellarsi in quella immobilità e tirarlo indietro; ma quello nuovo, ancora timido, eppure già forte, lo costringeva a fissare spietatamente gli occhi riluttanti là dove il giorno prima non avrebbe osato levarli».

Il nuovo sentimento di Agostino, dunque, tutto giocato tra la ripugnanza e l’attrazione, tra il volersi discostare e il sentirsi morbosamente attirato dalla madre, trova un nuovo sbocco, una strada aperta su cui correre verso la totale libertà. Ciò che il ragazzo vive nel profondo gli è insopportabile: non può non sentirsi trascinare dal “cordone ombelicale” che sempre l’ha legato alla figura materna, ma, nello stesso tempo, atterrito, sente che gli innocenti presupposti dell’antico vincolo sono stati sostituiti da nuovi e più audaci impulsi.

Per Agostino il cambiamento è destabilizzante, è un turbamento profondo che lo porta a perdere l’equilibrio: «Copriti, lasciami, non farti più vedere — avrebbe voluto gridarle — non sono più quello di un tempo». Sente di attraversare un corridoio, non sa quando arriverà alla fine, si chiede come abbiano fatto i ragazzi più grandi di lui «ad amare la propria madre e al tempo stesso a sapere quello che egli stesso sapeva; e concludeva che questa consapevolezza doveva in loro uccidere a tempo l’affetto filiale, mentre in lui l’una non riusciva a scacciare l’altro e, coesistendo, torbidamente si mescolavano».

Nei primi giorni d’estate, Agostino e sua madre uscivano tutte le mattine sul mare in pattino. Le prime volte, la madre aveva fatto venire anche un marinaio, ma Agostino aveva mostrato per così chiari segni che la presenza dell’uomo l’annoiava, che da allora i remi furono affidati a lui. Egli remava con un piacere profondo su quel mare calmo e diafano del primo mattino e la madre, seduta di fronte a lui, gli discorreva pianamente, lieta e serena come il mare e il cielo, proprio come se lui fosse stato un uomo e non un ragazzo di tredici anni.

Dopo quel primo giorno incominciò per
Agostino un tempo oscuro e pieno di tormenti. In quel giorno gli erano stati aperti per
forza gli occhi; ma quello che aveva appreso
era troppo più di quanto potesse sopportare.
Più che la novità, l’opprimeva e l’avvelenava
la qualità delle cose che era venuto a sapere,
la loro massiccia e indigesta importanza. Gli
era sembrato, per esempio, che dopo le rivelazioni di quel giorno i suoi rapporti con sua
madre avrebbero dovuto chiarirsi; e che il
malessere, il fastidio, la ripugnanza che, soprattutto negli ultimi tempi, destavano in
lui le carezze materne, dopo le rivelazioni
del Saro, dovessero trovarsi come d’incanto
risolti e pacificati in una nuova e serena consapevolezza. Ma non era così; fastidio, malessere e ripugnanza sussistevano; soltanto, mentre prima erano stati quelli dell’affetto filiale
attraversato e intorbidato dall’oscura coscienza della femminilità materna, adesso, dopo
la mattinata passata sotto la tenda del Saro,
nascevano da un sentimento di acre e impura
curiosità che il persistente rispetto familiare
gli rendeva intollerabile. Se prima egli aveva
cercato oscuramente di sciogliere quell’affetto da una ripugnanza ingiustificata, ora gli
pareva quasi un dovere di separare quella
sua nuova e razionale conoscenza dal senso
promiscuo e sanguinoso dell’esser lui figlio
di quella persona che non voleva considerare
che come una donna. Gli pareva che il giorno
in cui non avesse visto in sua madre che la
bella persona che ci scorgevano il Saro e i
ragazzi, ogni infelicità sarebbe scomparsa; e
si accaniva a ricercare le occasioni che lo confermassero in questa convinzione. Ma con il
solo risultato di sostituire la crudeltà all’antica riverenza e la sensualità all’affetto.

La madre, come in passato, non si nascondeva in casa dai suoi occhi di cui non avvertiva lo sguardo cambiato; e maternamente impudica, pareva ad Agostino che quasi lo
provocasse e lo ricercasse. Gli accadeva talvolta di sentirsi chiamare e di trovarla alla
teletta, discinta, il petto seminudo; oppure
di svegliarsi e di vederla chinarsi su di lui per
il bacio mattutino, lasciando che la vestaglia
si aprisse e il corpo si disegnasse entro la
trasparenza della leggera camicia ancora spiegazzata della notte. Ella andava e veniva davanti a lui come se non ci fosse stato, si metteva le calze, se le toglieva; si infilava gli abiti; si profumava, si imbellettava; e tutti questi atti che un tempo erano sembrati ad Agostino affatto naturali, ora apparendogli significativi e quasi parti visibili di una realtà ben
più ampia e pericolosa, gli dividevano l’animo
tra la curiosità e la sofferenza. Si ripeteva:
«non è che una donna » con un’indifferenza
obiettiva di conoscitore; ma un momento dopo, non sopportando più l’inconsapevolezza
materna e la propria attenzione, avrebbe voluto gridarle: « copriti, lasciami, non farti più
vedere, non sono più quello di un tempo ».
Del resto la sua speranza di considerare sua
madre una donna e niente di più, naufragò
quasi subito. Ben presto si accorse che pur
essendo diventata donna, ella restava ai suoi
occhi, più che mai madre; e comprese che
quel senso di crudele vergogna che per un
momento aveva attribuito alla novità dei suoi
sentimenti, non l’avrebbe più lasciato. Sempre, capì ad un tratto, ella sarebbe rimasta la
persona che aveva amato di affetto sgombro
e puro; sempre ella avrebbe mescolato ai suoi
gesti più femminili quelli affettuosi che per
tanto tempo erano stati i soli che egli conoscesse; sempre, infine, egli non avrebbe potuto separare il nuovo concetto che aveva di
lei dal ricordo ferito dell’antica dignità.

Egli non metteva in dubbio che tra la madre e il giovane del patino corressero i rapporti di cui avevano parlato i ragazzi sotto
la tenda del Saro. E stupiva oscuramente del
cambiamento intevenuto in lui. Un tempo
non c’erano stati nel suo animo che gelosia
di sua madre e antipatia per il giovane; ambedue poco chiare e come assopite. Ma ora,
nello sforzo di restare obbiettivo e sereno,
avrebbe voluto provare un sentimento di com-
prensione per il giovane e di indifferenza per
sua madre. Soltanto quella comprensione non
riusciva ad essere che complicità e quell’indifferenza indiscrezione. Poche volte ormai
gli accadeva di accompagnarli in mare perché
procurava sempre di sfuggire a quegli inviti;
ma tutte quelle volte Agostino si accorgeva
di studiare i gesti e le parole del giovane quasi
con desiderio di vederlo oltrepassare i limiti
della solita urbana galanteria; e quelli della
madre quasi con la speranza di ricevere una
conferma ai suoi sospetti. Questi sentimenti
gli riuscivano insoffribili perché erano proprio il contrario giusto di quello che avrebbe
desiderato. E quasi rimpiangeva la compassione che un tempo avevano destato nel suo
animo le goffaggini materne; tanto più umana e affettuosa dell’attuale spietata attenzione.

Gli restava da quei giorni passati a combattersi, un senso torbido di impurità; gli pareva di aver barattato l’antica innocenza non
con la condizione virile e serena che aveva
sperato bensì con uno stato confuso e ibrido
in cui senza contropartite di alcun genere, alle antiche ripugnanze se ne aggiungevano delle nuove. Che serviva vederci chiaro se questa chiarezza non portava che nuove e più
fitte tenebre? Talvolta si domandava come
facessero i ragazzi più grandi di lui ad amare
la propria madre e al tempo stesso a sapere
quello che egli stesso sapeva; e concludeva
che questa consapevolezza doveva in loro
uccidere a tempo l’affetto filiale, mentre in
lui l’una non riusciva a scacciare l’altra e, coesistendo, torbidamente si mescolavano.

Come avviene, il luogo dove queste scoperte e questi combattimenti accadevano, la
casa, gli era diventata presto insopportabile.
Almeno al mare, il sole, la folla dei bagnanti,
la presenza di tante altre donne lo distraevano e lo stordivano. Ma qui, tra quattro mura,
solo con sua madre, gli pareva di essere esposto a tutte le tentazioni, insidiato da tutte
le contraddizioni. La madre che al mare si
confondeva con le mille altre nudità della
spiaggia, qui appariva unica ed eccessiva. Come su un teatro ristretto, in cui le persone
degli attori sembrino più grandi del vero,
ogni suo gesto e ogni sua parola avevano uno
spicco straordinario.

Finale

«Come un uomo, non poté fare a meno di pensare prima di addormentarsi. Ma non era un uomo; e molto tempo infelice sarebbe passato prima che lo fosse».

GLI ANNI STRUGGENTI DI ALBERTO BEVILACQUA

E’ la storia di Marco, nel momento di varcare la soglia che lo porta dagli anni dell’adolescenza agli anni del disinganno di un’età più matura e consapevole. Marco è  un ragazzo di diciotto anni appena compiuti. Marco è bello, intelligente, spiritoso e sensibile. Come tutti i ragazzi della sua età, vive tra le pareti di una stanza tappezzata di poster che ritraggono i suoi idoli. L’esame di maturità, imminente, in questo romanzo è simbolo del limite oltre il quale c’è un mondo da scoprire, una vita da ricominciare con nuove consapevolezze, la realtà degli adulti. E poi ci sono i genitori, definiti “geni” e dai problemi dei quali Marco si sente, allo stesso tempo, al di fuori e partecipe, tanto da diventare, ad un tratto, genitore lui stesso e loro, viceversa, figli.

Il protagonista è un ragazzo che vive “alla spettinata”, tra le passioni adolescenziali (ammiratore del quasi coetaneo Valentino Rossi e della chitarra dei Dire Straits), quelle naturali (il giro d’amici e il Goldfinger, la tana del ritrovo), quelle umane (le ragazze, il primo amore, gli irresistibili impulsi sessuali nei confronti dell’altro sesso), quelle tenere (l’occhio vivo e curioso della vita).

E la vita, a Marco, arriva da ogni minuscolo punto dell’universo che lo circonda, e in lui s’infiltra stravolgendolo, mutandolo continuamente, evolvendo in una direzione scontata che sarà il pensare, il dire, l’agire, l’essere divenuto un uomo. Così Marco pare avvertire anche dentro di sé e non solo sul petto, i pugni di Eric il Rosso, presenza delle “notti baraonde” al Goldfinger, che gl’intima con forza: «Mai capire troppo tardi di essere giovani, Marco. Bisogna imparare subito ad essere padri di se stessi».

«Qualunque sarà il tuo destino, ricordati. Con grazia, ogni tanto, soffia via un po’ di polvere anche da te stesso, la polvere di ciò che è ambiguo e impedisce di distinguere bene i tratti delle cose. E’ così brutta, credimi, la polvere».

Fidati. Fai l’amore con me. Per essere amici bisogna essere stati, almeno qualche volta, felici insieme». E quando aveva avuto la prova che Marco non la voleva, peggio: che il terrore del contagio lo raggelava e non l’avrebbe mai abbandonato, Vulvetta gli aveva lasciato quell’augurio come un piccolo, sorridente testament di se stessa: «Che tu abbia la fortuna di trovare una donna vera, che sappia darti la forza di lottare, e ti capisca così come sei e come vuoi essere…Ancora non lo sai, Marco, ma tu desideri amore. Più di ogni altra cosa». E la ragazza se n’era andata via, e lui aveva visto la sua figurina muovere il capo e alzare le spalle, per essere stata rifiutata, non creduta nel suo “Fidati”, col gesto dei “viaggiatori” quando registrano la scomparsa di un compagno prediletto: «Non pensarci Marco. E’ questa la legge della vita. Ciò che deve capitare capita».

IL GIOVANE HOLDEN DI JEROME DAVID SALINGER.

Holden è un’adolescente che avverte l’esigenza di trovare una propria identità, opposta a quella che gli viene offerta dagli adulti.

Il romanzo è scritto in veste autobiografica, e Holden, espulso per scarso rendimento dall’ennesimo liceo, ci racconta le sue peregrinazioni per New York prima di riaffrontare la famiglia. Tre lunghi giorni in “presa diretta” durante i quali lo studente sedicenne alterna, in un dialogare simile a un fiume che abbia rotto gli argini, il resoconto dei suoi occasionali incontri con i ricordi della sua breve vita. Ricordi sparsi qua e là come macchie che lentamente disegnano una esistenza non priva di traumi quale la morte di un fratello più piccolo. Il libro è straordinario perché riesce a far emergere i problemi di chi si trova a vivere un’età di transizione solo apparentemente naturale, in realtà profondamente drammatica. Soprattutto in un tempo di grandi mutamenti dovuti al nuovo assetto mondiale dopo la guerra che Salinger, richiamato alle armi, ha sentito in maniera particolare. Quasi una ferita dell’anima.

Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia
infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia
bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David
Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo,
quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero
un paio d’infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale
sul loro conto. Sono tremendamente suscettibili su queste cose,
soprattutto mio padre. Carini e tutto quanto – chi lo nega –
ma anche maledettamente suscettibili. D’altronde, non ho nessuna voglia di mettermi a raccontare tutta la mia dannata autobiografia e compagnia bella. Vi racconterò soltanto le cose da
matti che mi sono capitate verso Natale, prima di ridurmi cosI
a terra da dovermene venire qui a grattarmi la pancia. Niente
di più di quel che ho raccontato a D. B., con tutto che lui è mio
fratello e quel che segue. Sta a Hollywood, lui. Non è poi tanto
lontano da questo lurido buco, e viene qui a trovarmi praticamente ogni fine settimana. Mi accompagnerà a casa in macchina
quando ci andrò il mese prossimo, chi sa. Ha appena preso una
Jaguar. Uno di quei gingilli inglesi che arrivano sui trecento
all’ora. Gli è costata uno scherzetto come quattromila sacchi o
giù di lí. E’ pieno di soldi, adesso. Mica come prima. Era soltanto uno scrittore in piena regola, quando stava a casa. Ha
scritto quel formidabile libro di racconti, Il pesciolino nascosto,
se per caso non l’avete mai sentito nominare. Il più bello di
quei racconti era Il pesciolino nascosto. Parlava di quel ragazzino che non voleva far vedere a nessuno il suo pesciolino rosso
perché l’aveva comprato coi soldi suoi. Una cosa da lasciarti
secco. Ora sta a Hollywood, D. B., a sputtanarsi. Se c’è una
cosa che odio sono i film. Non me li nominate nemmeno.

Voglio cominciare il mio racconto dal giorno che lasciai
l’Istituto Pencey. L’Istituto Pencey è quella scuola che sta ad
Agerstown in Pennsylvania. Probabile che ne abbiate sentito
parlare. Probabile che abbiate visto gli annunci pubblicitari, se
non altro. Si fanno la pubblicità su un migliaio di riviste, e c’è
sempre un tipo gagliardo a cavallo che salta una siepe. Come
se a Pencey non si facesse altro che giocare a polo tutto il
tempo. Io di cavalli non ne ho visto neanche uno, né lí, né nei
dintorni. E sotto quel tipo a cavallo c’è sempre scritto: « Dal
1888 noi forgiamo una splendida gioventù dalle idee chiare».
Buono per i merli. A Pencey non forgiano un accidente, tale e
quale come nelle altre scuole. E io laggiù non ho conosciuto
nessuno che fosse splendido e dalle idee chiare e via discorrendo. Forse due tipi. Seppure. E probabilmente erano già così
prima di andare a Pencey.

Finale

Ecco tutto quello che sono disposto a raccontarvi. Probabilmente potrei dirvi quello che feci quando andai a casa, e
come mi sono ammalato e via discorrendo, e a che scuola dovrei andare in autunno quando sarò uscito da qui, ma non ne
ho voglia. Sul serio. Ora come ora, queste cose non mi interessano molto.

Un sacco di gente, soprattutto questo psicanalista che c’è
qui, continuano a domandarmi se quando tornerò a scuola a
settembre mi metterò a studiare. E una domanda così stupida,
secondo me. Voglio dire, come fate a sapere quello che farete,
finché non lo fate? La risposta è che non lo sapete. Credo di si,
ma come faccio a saperlo? Giuro che è una domanda stupida.

D. B. non è tremendo come gli altri, ma anche lui continua
a farmi un sacco di domande. L’altro sabato è venuto in macchina con quella bambola inglese che prenderà parte al nuovo
film che lui sta scrivendo. Era una posatrice fenomenale, ma
bella da morire. Ad ogni modo, quando a un certo momento
è andata alla toletta delle signore, che sta a casa del diavolo
nell’altro reparto, D. B. mi ha domandato che cosa ne pensavo
io di tutta questa storia che ho appena finito di raccontarvi.
Non ho saputo che accidente dirgli. Se proprio volete saperlo,
non so che cosa ne penso. Mi dispiace di averla raccontata a
tanta gente. Io, suppergiù, so soltanto che sento un po’ la mancanza di tutti quelli di cui ho parlato. Perfino del vecchio Stradlater e del vecchio Ackley, per esempio. Credo di sentire la
mancanza perfino di quel maledetto Maurice. buffo. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la
mancanza di tutti.

L’AMICO RITROVATO DI FRED UHLMAN.

Nella Germania degli anni Trenta, due ragazzi sedicenni frequentano la stessa scuola esclusiva. L’uno è figlio di un medico ebreo, l’altro è di ricca famiglia aristocratica. Tra loro nasce un’amicizia del cuore, un’intesa perfetta e magica. Un anno dopo, il loro legame è spezzato. “L’amico ritrovato” è apparso nel 1971 negli Stati Uniti ed è poi stato pubblicato in Inghilterra, Francia, Olanda, Svezia, Norvegia, Danimarca, Spagna, Germania, Israele, Portogallo.

Entrò nella mia vita nel febbraio del 1932 e non ne è mai
più uscito. Da allora è passato più di un quarto di secolo,
più di novemila giorni, sconnessi e tediosi, resi inutili da
un senso di fatica inutile, di lavoro senza speranza: giorni
e anni, tanti dei quali morti come foglie secche di un albero morto.

Ricordo il giorno e l’ora in cui per la prima volta posai gli occhi su questo ragazzo che sarebbe stato fonte
della mia più grande felicità e della mia più grave disperazione. Accadde due giorni dopo il mio sedicesimo compleanno, alle tre del pomeriggio di una giornata grigia,
scura dell’inverno tedesco. Ero al Karl Alexander Gymnasium di Stoccarda, il liceo classico più famoso del
Wurttemberg, fondato nel 1521, anno in cui Lutero si
presentò davanti a Carlo V, Sacro Romano Imperatore e
Re di Spagna.

Ricordo ogni particolare: l’aula con i banchi e i sedili
pesanti, l’odore aspro e ammuffito di quaranta cappotti
umidi, le pozze di neve sciolta, le strisce giallo-brunastre
sui muri grigi nei punti in cui, prima della rivoluzione,
erano appesi i ritratti del Kaiser Guglielmo e del re del
Wurttemberg. Se chiudo gli occhi vedo ancora le schiene
dei miei compagni, molti dei quali destinati a morire nelle steppe russe o nelle sabbie di Alamein. Sento ancora
la voce stanca e delusa di Herr Zimmermann che, con-dannato a vita all’insegnamento, aveva accettato la sua
sorte con triste rassegnazione. Aveva il viso olivastro, i
capelli e i baffi, come il pizzo appuntito, striati di grigio.
Osservava ansioso il mondo attraverso un pince-nez posato sulla punta del naso, con l’espressione di un cane bastardo in cerca di cibo. Sebbene non avesse probabilmente più di cinquant’anni, a noi sembrava che ne avesse ottanta. Lo disprezzavamo perché era cortese e mite, perché aveva l’odore dei poveri (forse il suo alloggio di due
camere non aveva stanza da bagno), perché vestiva un
abito verdognolo e lustro, con molti rattoppi, che portava durante l’autunno e i lunghi mesi invernali (ne aveva
un altro per la primavera e l’estate). Lo trattavamo con
disprezzo, qualche volta con crudeltà, la crudeltà vile che
tanti ragazzi pieni di salute hanno verso i deboli, i vecchi
e gli inermi.

Si faceva buio, ma non abbastanza da accendere le luci; di là delle finestre distinguevo ancora chiaramente la
chiesa della guarnigione, brutto edificio del tardo Ottocento, ora abbellito dalla neve che ne ricopriva i campanili gemelli protesi a squarciare il cielo di piombo. Erano
belle anche le colline bianche che cingevano la mia città
natale, oltre le quali sembrava che il mondo finisse e cominciasse il mistero. Ero in uno stato di dormiveglia,
tracciavo ghirigori, sognavo, di tanto in tanto mi strappavo un capello per tenermi sveglio, quando udii bussare la
porta: prima che Herr Zimmermann potesse dire Herein,
entrò il professor Klett, preside della scuola. Ma nessuno
di noi guardò il piccolo ometto esuberante: tutti gli occhi
erano rivolti verso l’estraneo che lo seguiva come Fedro
avrebbe potuto seguire Socrate.

Lo fissavamo come se avessimo visto un fantasma. La
sua eleganza mi colpì – e probabilmente colpì tutti gli
altri – più di ogni altra cosa, più del portamento sicuro
di sé, più dell’aria aristocratica e del leggero sorriso vagamente arrogante. Quanto al nostro modo di vestire, eravamo tutti dei veri orrori. Per lo più le nostre madri erano del parere che per mandarci a scuola andasse bene
qualunque cosa, purché di tessuto ruvido e durevole.
Non provavamo ancora molto interesse per le ragazze,
quindi non ci dava fastidio indossare quell’assortimento
pratico di giubbe e di calzoni corti o alla zuava, che ci
erano stati comprati nella speranza che durassero fino a
quando sarebbero diventati troppo piccoli.

Ma in questo ragazzo tutto era diverso. Aveva i calzoni lunghi, di taglio elegante, con la piega ben stirata,
evidentemente non comprati fatti come i nostri. Tutto
l’abito aveva un aspetto costoso: era grigio chiaro, di uno
spigato quasi certamente «garantito inglese». Aveva una
camicia azzurra e una cravatta blu a pallini bianchi; nel
contrasto, i nostri colletti apparivano sporchi e unti, le
nostre cravatte sembravano stringhe. Per quanto considerassimo ogni tentativo d’eleganza come segno di effeminatezza, non potevamo fare a meno di osservare con
invidia quell’immagine di disinvoltura e distinzione.

Il professor Klett si diresse subito verso Herr Zimmermann, gli bisbigliò qualche parola nell’orecchio e
scomparve senza che ce ne accorgessimo, perché i nostri
occhi erano concentrati sul Nuovo Venuto. Questi, immobile e composto, stava ritto senza dare segno di nervosismo o di timidezza. Sembrava in qualche modo più vecchio di noi, più maturo; era difficile credere che fosse soltanto un nuovo compagno. Non ci saremmo stupiti se
fosse scomparso silenziosamente e misteriosamente come
era entrato.

Herr Zimmermann si aggiustò il pince-nez sul naso,
scrutò l’aula con occhi stanchi, scoprì un banco vuoto
proprio davanti a me, scese dalla predella e, fra lo stupore
della classe, accompagnò il Nuovo Venuto al posto destinatogli. Poi, piegando leggermente la testa in avanti, come se gli fosse venuta una mezza idea di fare un inchino,
ma non osasse, indietreggiò a passi lenti, con il viso sempre girato verso l’estraneo. Quando fu di nuovo issato in
cattedra, gli rivolse la parola: «Vuole darmi per piacere
il suo cognome, nome di battesimo, data e luogo di nascita?»

Il giovane si alzò in piedi. «Conte von Hohenfels,
Konradin», annunciò, «nato il 19 gennaio 1916, Burg
Hohenfels, Württemberg». E si sedette.

TONIO KROGER DI THOMAS MANN.

Scritto nel 1903, il racconto è la storia del lento pervenire del giovane Kröger alla coscienza della propria diversità dai coetanei. In una condizione di totale isolamento la sua sensibilità si dibatte nell’antinomia tra origini borghesi e attrazione per l’arte. Il contrasto fra arte-malattia da un lato e borghesia-normalità dall’altro – matrice della poetica di Thomas Mann – si manifesta nel silenzioso idillio con Ingeborg Holm e nell’incompresa amicizia per Hans Hansen: le due figure che costituiranno per sempre i limiti della solitudine e della gelosia di Tonio. Questo difficile equilibrio viene vissuto con drammatica inquietudine tra Lubecca, dove il giovane scrittore è nato e si è formato, e Monaco, dove diventerà celebre, senza sedare del tutto le proprie angosce.

Un classico sull’adolescenza rivisitata da un adulto e individuata nei suoi sogni e nelle sue delusioni, negli slanci del cuore e nelle sue ferite. Siamo in un altro tempo, (il romanzo è del 1903 e gli anni sono all’incirca quelli della fine del secolo precedente), in una ricca città mercantile del nord: Lubecca.

Anche qui ci sono due amici. Uno, Tonio, introverso, facile alla malinconia e facile a perdersi nelle fantasticherie di una immaginazione molto fertile, l’altro, Hans, che vive una vita fisica e mentale di grande equilibrio. Più semplice, più libero da condizionamenti interiori, Hans esercita su Tonio una grande attrazione. Tutti e due finiranno per innamorarsi di una loro coetanea, la bionda Ingeborg.

Ma sarà Hans a esserne ricambiato. Memorabile è la scena del ballo. Ma soprattutto memorabile è l’analisi dei sentimenti e delle incertezze dell’adolescenza, del fascino che esercitano i coetanei dal facile e immediato successo.

Il sole invernale era solo un pallido riflesso, lattiginoso e stanco dietro le coltri di nuvole sulle strette vie della città. Le strade, fiancheggiate dai frontoni delle case, erano umide e ventose, e di tanto in
tanto cadeva una specie di grandine molliccia, né
ghiaccio né neve.

La scuola era finita. I liberati fluivano a sciami attraverso il cortile lastricato e, usciti dal cancello, si
separavano affrettandosi a destra e a sinistra. I più
grandi stringevano dignitosamente il loro pacco di
libri alla spalla sinistra, mentre col braccio destro
remigavano contro il vento, diretti al richiamo del
pranzo; i piccoli trotterellavano allegri, facendo schizzare tutt’intorno la poltiglia ghiacciata e malmenando gli arnesi della scienza entro gli zaini di pelle di
foca. Ma piccoli e grandi, atteggiandosi a compunzione, si toglievano ogni tanto i berretti di fronte
al cappello alla Wotan o alla barba da Giove olimpico di qualche professore, che si allontanava compassato…

«Insomma, Hans, vieni o no?» domandò Tonio
Kròger, che già da tempo stava aspettando in mezzo alla strada; e si diresse sorridendo verso l’amico
che, intento a conversare con altri compagni, usciva
dal portone e già era in procinto d’andarsene con
loro. “Come?”  fece questi, e guardò Tonio… “Già,
e vero! Ora facciamo un po’ di strada insieme.”

Tonio ammutolì; i suoi occhi si offuscarono. Hans aveva già dimenticato il loro progetto di fare a mezzogiorno una passeggiatina insieme? Soltanto ora
se ne ricordava? E pensare che lui, dal momento
dell’intesa, non aveva quasi smesso di rallegrarsene!

“Be’, ciao, voialtri!” disse Hans Hansen ai compagni. «Adesso vado un po’ con Kròger.» E i due
presero a sinistra, mentre gli altri se ne andavano
lemme lemme verso destra.

Hans e Tonio avevano tempo di andare a passeggio dopo la scuola, perché nelle loro famiglie si pranzava solo alle quattro. I loro padri erano grossi commercianti investiti di pubblici uffici, e potenti nella città. Agli Hansen appartenevano, già parecchie generazioni, i vasti depositi di legname
presso la riva del fiume, ove, tra sbuffi e cigolii,
potenti seghe meccaniche tagliavano i tronchi. Tonio invece era figlio del console Kròger, il cui nome si leggeva impresso, a letteroni neri, sui sacchi
di grano che ogni giorno venivano trasportati su
carri per le vie; e la grande vecchia casa dei suoi
avi era la più signorile di tutta la città… Ad ogni
istante gli amici dovevano sberrettarsi di fronte alle
numerose conoscenze, anzi non di rado accadeva
che qualche passante salutasse per primo i due quattordicenni…

Tutti e due portavano le cartelle a tracolla, tutti e
due indossavano abiti belli e caldi: Hans vestiva una
corta blusa marinaresca, sopra la quale il largo colletto turchino del vestito alla marinara gli scendeva
sugli omeri e sul dorso; Tonio un cappotto grigio
con cintura. Sul capo Hans portava un berretto da
marinaio danese con corti nastri, sotto a cui sfuggiva un ciuffo di capelli color biondo lino. Era eccezionalmente bello e ben fatto, largo di spalle e sottile
sui fianchi; i suoi occhi, azzurri come l’acciaio,
splendevano di uno sguardo franco e penetrante. Ma
sotto il rotondo berretto di pelo Tonio mostrava
un visetto bruno, dai lineamenti disegnati con meridionale nettezza, e dove gli occhi scuri, dolcemente
ombreggiati, apparivano sognanti e un po’ spauriti
sotto le palpebre grevi, mentre la bocca e il mento
portavano il segno di un’insolita mollezza… Il suo
passo era indolente, ineguale, mentre le slanciate
gambe di Hans Hansen, strette nelle calze nere, procedevano elastiche e ben ritmate.

Tonio non parlava. Gli doleva il cuore. Aggrottava le sopracciglia un po’ oblique e teneva le labbra appuntite come per fischiare, mentre col capo
piegato lateralmente guardava lontano, in un atteggiamento e con un’espressione che gli erano consueti.

A un tratto, Hans spinse il braccio sotto quello
di Tonio, osservandolo di sottecchi; capiva benissimo la situazione. E Tonio, benché continuasse a
camminare taciturno, si sentì d’improvviso tutto intenerito.

« Sai, Tonio, non me n’ero mica scordato» disse
Hans, abbassando lo sguardo sul marciapiede davanti a sé, ma solo pensavo che oggi non se ne sarebbe fatto nulla, con quest’umidità e questo vento. A
me però non importa proprio niente, e poi trovo che
sei stato molto caro ad aspettarmi lo stesso. Credevo
che fossi già andato a casa, e mi rincresceva…”

A queste parole Tonio sentì che tutto dentro di
lui si metteva a girare in una specie di tripudio.

«Bene, allora andiamo sui bastioni! » disse con
voce concitata. « Sul Mühlenwall e sullo Holstenwall, e così ti accompagno a casa, Hans… Bada, non
fa proprio niente che poi debba tornare a casa da
solo; un’altra volta mi accompagni tu.”

In fondo non era molto convinto della verità di
quello che Hans gli aveva detto, e sapeva benissimo che agli occhi del compagno quella passeggiata
a due non rivestiva neanche la metà dell’impontanza che aveva per lui. Ma, ciò nondimeno, vedeva
che Hans si rimproverava la sua dimenticanza e si
preoccupava di farsela perdonare; e tutto avrebbe
voluto fuorché ostacolare quel desiderio di conciliazione.

Il fatto è che Tonio amava Hans Hansen e che
già aveva sofferto molto per lui. Chi più ama è il
soccombente e deve soffrire: la vita aveva ormai appreso questa semplice e dura verità alla sua anima
quattordicenne; ed egli era così fatto, che simili ammaestramenti s’incidevano profondi in lui; il suo spirito li annotava e in certo qual modo ne traeva gioia,
senza che, d’altronde, egli li applicasse al suo caso
personale e ne ricavasse pratico profitto. Così pure
gli era caratteristico il fatto di trovare quelle verità
molto più importanti e interessanti delle conoscenze che gli venivano impartite a scuola, tanto che le
ore di lezione, nelle aule dalla vòlta gotica, erano
per lo più da lui dedicate ad approfondire al massimo quelle certezze, a impregnarne totalmente il
proprio pensiero. E l’appagamento che tale occupazione gli procurava era del tutto simile a quello
ch’egli godeva quando, imbracciato il violino (poiché suonava il violino), andava su e giù per la sua
stanza, e ascoltava i suoni – che si studiava di trarre i più dolci possibile dallo strumento – confondersi allo scroscio del getto d’acqua che giù nel giardino, sotto i rami del vecchio noce, saliva zampillando…

DIETRO LA PORTA DI GIORGIO BASSANI.

Per il protagonista che dalla quinta B entra in prima liceo, l’irraggiungibile, magico mondo degli eletti è rappresentato dal più bravo della classe della quinta A: Carlo Cattolica. Ma il ragazzo oggetto di tanta attenzione sfugge e rifiuta l’amicizia del compagno che per rivalsa si lega all’alunno più reietto, sgradevole e oscuro. Luciano, il nuovo amico, è l’opposto di Carlo, una creatura enigmatica, a doppia faccia. A volte di una gratuita perfidia. Siamo a Ferrara, negli anni trenta, e il racconto è tutto giocato sui rapporti fra i due, sulle ambiguità e gli slanci, il bisogno di dedizione e la richiesta di amore. Il rifiuto brutale. Quasi che nell’adolescenza Bassani individui il luogo primario dove coscienza e intelligenza si scontrano per la prima volta nell’altro, con violenza.

“Sono stato molte volte infelice nella mia vita, da bambino, da ragazzo, da giovane, da uomo fatto; […] Ricordo tuttavia pochi periodi più neri, per me, dei mesi di scuola fra l’ottobre del 1929 e il giugno del ’30, quando facevo la prima liceo. […] Fin dai primi giorni mi ero sentito spaesato… […] Non mi piaceva l’aula dove ci avevano messi, posta a termine di un tetro corridoio […] Non mi piacevano i nuovi insegnanti, dai modi distaccati e ironici che scoraggiavano ogni confidenza […]. Non mi piacevano i nuovi compagni provenienti dalla quinta A ai quali noi della B eravamo stati aggiunti, diversissimi da noi, mi pareva, forse più bravi, più belli, appartenenti forse a famiglie miglior delle nostre: estranei, insomma, irrimediabilmente.”

Incomincia così Dietro la porta di Giorgio Bassani (ed. Mondadori 1995), il quarto libro del Romanzo di Ferrara, quello in cui si racconta un intero anno scolastico, dall’inizio alla fine: il titolo si riferisce al dialogo che l’io narrante (lo stesso Bassani) ascolta, non visto, mentre i suoi migliori amici ne dicono di cotte di crude sul suo conto.

Ed ecco spiegata la malinconia, il disagio, l’insofferenza illustrata con le prime battute del romanzo, scritto in flashback, insieme a tutte le altre circostanze che segnano in negativo l’inizio di questo anno scolastico: fra le altre, la perdita del compagno di banco ed amico-complice-sostegno di sempre: Otello, bocciato curiosamente in una sola materia, la lingua inglese, che per quei tempi e per un liceo classico non rivestiva certo un ruolo di primissimo piano.

Quando ebbero finito di ridere (si erano buttati a ridere
tutti e quattro, Cattolica compreso), ricominciarono. Ormai era di me che parlavano, e, come prima, le voci di
Luciano e di Cattolica prevalevano sulle altre.

Che cosa dicevano?

Cattolica stava domandando a Luciano in che modo
fosse riuscito a liberarsi di me. E Luciano gli rispondeva
che tutto era filato liscio come l’olio, visto che ero stato io
ad annunciargli che oggi pomeriggio non potevo. Mi faceva molto male la gola, avevo dichiarato (magari raccontando una frottola), per cui dovevo correre a farmi visitare da
un mio zio dottore.

«Una frottola?», fece Cattolica calmissimo. «E perché
mai?»

«Chi lo sa. Capirlo non è mica facile. Sembra ingenuo,
eppure è così complicato e sospettoso! Prende cappello
per così poco! »

Disgraziatamente – continuò -, fra loro tre e me
non correvano i migliori rapporti, e nessuno lo sapeva
meglio di lui che, preso fra due fuochi, aveva finito col
rimetterci parecchio. Ma a questo proposito, cos’era accaduto realmente fra noi da giustificare il mio rancore
contro di loro? Cos’è che mi avevano fatto realmente?
Lui conosceva, eccome, quali scarti di carattere ci si
possa aspettare da un ebreo. Però una rabbia simile!

«Casco dalle nuvole», rispose Cattolica. «Io contro di
lui non ho mai avuto niente. E nemmeno loro due».

«Sai che cosa credo?»

«Sentiamo».

«Credo», riprese Luciano abbassando la voce. «che gli
dispiaccia soprattutto il fatto che lui aspirava a diventare
vostro amico, a venire anche lui qui, mentre invece», e
ridacchiò, «gli è andata buca».

«Penso che ti sbagli», disse Cattolica con una punta
d’impazienza. «Prima di tutto siamo ottimi amici, altrimenti vorrei sapere per qual motivo avremmo dovuto
continuare a convivere nello stesso banco per tanti mesi.
In secondo luogo, se, come dici, ci teneva talmente a
venire a studiare qui a casa mia, perché non me l’ha mai
chiesto? Poteva benissimo chiedermelo, ti pare?»

«Certo che poteva!», esclamò Luciano. «Senonché,
permetti, se fosse stato lui a chiedertelo, che gusto ne
avrebbe ricavato? Lui, vedi (conosco abbastanza bene il
mio pollo, e so quello che dico), desiderava soprattutto che
tu lo invitassi. E siccome da quell’orecchio tu non ci hai
mai sentito… »

Da un rumore di sedia smossa capii che Cattolica si era
alzato in piedi. Attutito dai tappeti, il suo passo risuonò a
un tratto sul legno scoperto del ring, quindi tornò a spegnersi. Forse era andato a sedersi sui letto in fondo alla
stanza, o addirittura a sdraiarcisi.

«Ma a te», disse infine di laggiù, «cos’è che ti ha fatto,
che ne parli sempre tanto male?»

Anche Luciano si alzò da sedere. Probabilmente aveva
sentito il bisogno di avvicinarsi a Cattolica, e infatti, quando rispose, la sua voce risuonò più lontana, diversa.

Disse che era vero, che effettivamente non poteva soffrirmi. Ma non tanto perché gli fossi antipatico, oppure
cbé mi fossi comportato male nei suoi riguardi. Se mi
criticava, mi criticava per delle ragioni molto più serie di
una semplice incompatibilità di caratteri o di una banale
ripicca da ragazzetto isterico. Era abbastanza superiore,
lui, per proibirsi in ogni caso reazioni del genere. Ma
appunto per questo, proprio perché incapace di qualsiasi
meschinità, nemmeno la gratitudine sarebbe mai riuscita a
impedirgli di dire di me, obiettivamente, tutto quello che
gli sembrasse opportuno e utile dire.

La mia vanità, per cominciare: la mia incredibile, assurda vanità da bambino dell’asilo.

Se ne era accorto subito, fin dall’inizio.

«Ci sei mai stato a casa sua?», chiese.

«No», rispose Cattolica. «Non vado mai da nessuno.
Per principio».

Ebbene – continuò Luciano -, si trattava di un palazzo
vero e proprio, grande come quattro o cinque case normali messe assieme, e dotato fra l’altro di un magnifico
giardino. Inoltre la mia famiglia, la quale, per starci, si era
riservata l’intero secondo piano, occupava da sola un
appartamento di una ventina di stanze, che chissà la spesa
unicamente per riscaldarle. Eravamo pieni di soldi, insomma, e si vedeva. Però un signore è un signore, e altro è
un pescecane. E che la nostra ricchezza non rimontasse a
un’epoca anteriore a quella di mio nonno paterno, commerciante di tessuti all’ingrosso, glielo avevo confermato
proprio io fino dal primo giorno, quando senza dargli
neanche il tempo di respirare lo avevo portato in giro di
stanza in stanza. Gli avevo subito mostrato tutto: il salone
delle feste, i tre salotti, le due camere da pranzo, le sette
camere da letto, i quattro bagni, l’office, e persino i cessi,
quelli padronali e quelli della servitù; e apparivo felice e
beato, nel frattempo, pieno di soddisfazione da far schifo.
Sugli stipiti di ogni porta mio nonno che, come gli avevo
raccontato, ci teneva molto alla religione, aveva fatto attaccare certi strani tondini di metallo nichelato della grandezza di una moneta da cinquanta centesimi, con dentro
un pezzetto di carta scritto in ebraico. Lui mi aveva chiesto
delucidazioni in proposito, e bisognava vederla la mia
faccia, mentre gli spiegavo per filo e per segno il significato
e la funzione di quegli aggeggi, come era diventata rossa di
piacere! Cosa c’era scritto dentro i tondini? Ma niente. Il
nome di Dio Padre, e basta. Senonché la mia vanità era
tale che perfino la nostra religione tendevo a trasformarla
in una faccenda privata, di famiglia. Il nostro Dio- mi ero
espresso proprio così – era il Padre Eterno, e lui solo
(secondo me il cristianesimo andava visto come una forma
più moderna di ebraismo). E sia pure. Ma intanto ne
parlavo, del mio «vecchione con la barba», con la stessa
tronfiaggine con la quale avrei potuto sbandierare il conto
in banca di mio nonno buonanima, facoltoso negoziante
di tessuti all’ingrosso…

Avevamo poi attaccato a studiare tutti i giorni «in tandem». Ma anche qui provavo un gusto così scoperto
a sfoggiare, a emergere (tutto per me diventava motivo di
gara: a casa non meno che a scuola mi comportavo sempre
come se stessi giocando al football), da suscitare in chi mi
stava vicino la voglia che facessi io, che me la sbrigassi io,
e amen. Verissimo: «scolasticamente parlando», lui per
molti mesi era vissuto alle mie spalle, trasformato da me
in una specie di Paguro Bernardo. Però andiamo! Il Paguro
Bernardo è un povero mollusco dal quale è giusto pretendere che «offra il didietro ringraziando», mentre un compagno di scuola, anche se di famiglia meno ricca, anche se
meno intelligente e preparato, anche se in fondo niente
affatto scontento di aver trovato qualcuno che ci dia dentro
a lavorare per lui, è pur sempre un compagno di scuola,
cioè un essere umano! Io non lo avevo mai considerato nè un essere umano né un amico, ecco la verità. Me ne ero
sempre servito come di una semplice macchina da lodi, da
far funzionare con la stessa disinvoltura con cui uno,
girando una manopola, mette in andare la doccia del
bagno.

I miei fratelli li aveva appena veduti. Uno era ancora in
seconda ginnasio, e l’altra, la bambina, addirittura in terza
elementare. Ma i miei genitori sì, quelli aveva avuto modo
di vederli più che bene. Particolarmente mia madre.

«L’hai mai notata?»

«Chi?»

«Sua mamma.

«No».

«Beh, peccato, perché come donna ti garantisco che ne
vale la pena».

Era una signora sui trentatré, trentacinque anni-proseguì -, magari un po’ «sfasciata» come sono sempre le
ebree, ma però con una bocca tale, con certi occhioni
«marron», e con certe occhiate, specialmente…

Sebbene fosse «mora» di occhi e di capelli, era soprattutto a lei che assomigliavo. E allo stesso modo che io,
vanitoso e bisognoso di lodi, mi servivo di lui come di un
attrezzo da ginnastica sul quale misurare la forza dei miei
muscoli, anche mia madre lo aveva sempre adoperato come il mezzo più adatto per ottenere che il bravo figlioletto le restasse tranquillo per casa fino all’ora di cena. Di quali trucchi non sarebbe stata capace, la degna signora,
pur di conseguire il suo nobile scopo! Arrivava alle cinque
con certi vassoi che una famiglia intera ci si sarebbe sfamata per due giorni. Caffellatte, tè, cioccolata, panna
montata, paste, pasticcini, petit-fours, cioccolatini: ogni
pomeriggio un trattamento completo. Ma questo era ancora niente. Perché a parte l’aria che aveva sempre, «la
maledetta» mentre ti riempiva la tazza o ti metteva il
piatto dei pasticcini sotto il naso («Su, non fare
complimenti», incitava insinuante: «la roba dolce nutre,  fa bene ai muscoli e al cervello!»), dopo, accomiatandosi, non mancava mai di lanciare attraverso la fessura dei
porta un bel sorriso accompagnato da un’occhiata «mezzo
materna e mezzo assassina». E i baci che spesso, a neppure
un metro di distanza, stampava sulle guance del figlioletto,
tutta intenerita come pareva di trovarselo lì, al calduccio
dei termosifoni, tanto studioso, bello e intelligente?

Una sera dell’inverno scorso, una sera di temporale, si
era spinta anche più in là. Per convincerlo a trattenersi a
cena e magari a dormire, d’un tratto si era messa a fissarlo
occhi negli occhi con una forza tale da impaurire non dico
lui, che ci voleva poco, ma il diavolo in persona. Cos’è che
intendeva promettere con quello sguardo? Basta, lasciamo perdere. Certo è che l’estate al mare (saremmo andati a
Cesenatico, l’estate prossima: prenderne nota!), una donna così doveva combinarne di tutti i colori al marito
anzianotto le settimane che lui, rientrato in città per stare
dietro ai suoi affari, la lasciava nella villa d’affitto senza
altra compagnia all’infuori di quella delle serve e dei
bambini! Con quella bocca larga, «ingorda», con quegli
occhi languidi mezzo nascosti dai capelli (il petto lo aveva
un po’ basso, d’accordo, ma la «carrozzeria» meritava
forse un viaggio apposta), impossibile che, presentandosi
l’occasione, se la lasciasse scappare.

Ma tornando a me, ci credevano che le «pugnette» non
sapevo nemmeno che cosa fossero?

Lui per la verità l’aveva sempre sospettato. Eppure la
volta che, messo alle corde, avevo avuto l’onestà di confessare che non me ne ero mai tirate, la sua sorpresa era stata
enorme. A sedici anni! E con tante pretese, poi!

Cominciamo col guardarglielo, si era detto.

Dopo parecchio dài e dài aveva ottenuto che gli mostrassi il «cazzo», il quale, benchè «scappellato» in permanenza dal taglio in tondo della circoncisione, gli era sembrato proprio qualsiasi, normalissimo. C’era stata piuttosto un’altra faccenda ad apparirgli «parecchio sintomatica»: e cioè la mia reazione quando poco prima, per convincermi a sbottonarmi, aveva avuto l’idea di sbottonarsi
lui.

Ebbene ero talmente impallidito a vedergli il suo, di
cazzo, e poi, nei giorni successivi, la mia maniera di comportarmi era talmente cambiata (di colpo ero diventato
ruvido, sgarbato, gli occhi mi sfuggivano da tutte le parti:
come se mi facesse schifo, non so, o rabbia, o paura), che
lui era stato indotto a pensare il peggio. Ma sì. Ero di
sicuro un «finocchio», sia pure allo stato potenziale: un
«busone» in attesa soltanto di «saltare il fosso», e tuttavia
ignaro (questo, il tragico!) della bella carriera che mi stava
davanti, inevitabile…

L’ISOLA DI ARTURO

Arturo è nato sull’isola di Procida e vive lì tutta l’infanzia e l’adolescenza. Il suo mondo è quello. Tutti gli altri posti del mondo per lui sono delle leggende.

Passa il suo tempo a leggere storie sugli “eccellenti condottieri”, a studiare l’atlante per progettare i suoi viaggi futuri e a fare fantasie sulla figura del padre che crede il più grande eroe della storia. Tutto ciò che è legato al padre per lui è sacro. Anche gli amici del padre per lui sono delle figure mitiche: solo il fatto che il padre li abbia degnati della sua amicizia li rende, ai suoi occhi, delle persone straordinarie.

Arturo è orfano della madre: nei momenti di assenza del padre vive solo e per tutta la sua infanzia non ha mai conosciuto una donna. Quando il padre porta a casa una nuova sposa Arturo viene inconsapevolmente attratto e prova sentimenti che non aveva mai provato prima e che non riesce a spiegarsi. Nunziata diventa ben presto Nunz. perché il suo nome è talmente bello che non riesce a pronunziarlo. Non sa come comportarsi: all’inizio, vedendo il padre che la picchia e la violenta, la reputa un essere inferiore e cerca di comportarsi allo stesso modo. Non prova neanche a capire i suoi sentimenti, crede solamente che è giusto agire come il padre.

Nelle lunghe assenze del padre sono loro soli a vivere nella grande casa. Nunziata si rivolge sempre ad Arturo ma Arturo non le dà mai retta e la prende in giro per le sue sciocche superstizioni. Tutto cambia quando a loro si aggiunge il piccolo Carmine Arturo, il figlio di Nunz. e del padre. Nella stessa notte in cui nasce il bambino cambiano infatti le cose. Arturo sentendo urlare e disperarsi Nunz., che fino ad allora aveva “odiato”, si preoccupa per la sua vita e, disperato, corre in cerca di qualcuno che possa aiutarlo. Solo allora incomincia a capire cosa prova veramente per lei.

Ora non sono più soli in casa. Nunz. non ha più ragione di preoccuparsi di Arturo che la odia, ora ha un figlio suo. Arturo diventa allora terribilmente geloso: capisce che non può più comportarsi come prima. La storia d’amore è però impossibile. Verrà deluso anche dal padre che scopre non essere un grande eroe ma solamente un omosessuale zimbello di tutti. I suoi grandi viaggi non erano in giro per il mondo ma solo in giro sulla circumvesuviana. Ormai, deluso da tutti, non ha più motivo di rimanere sull’isola. Si arruola come militare durante la II guerra mondiale e non metterà mai più piede a Procida.

In modo del tutto singolare rispetto alla letteratura memorialistica della prima metà del Novecento, la mitica iniziazione di Arturo alla vita non viene tanto raccontata, quanto piuttosto, con precisione spassionata, indagata e illustrata, al fine di esemplificare le tappe fondamentali di quel difficile percorso che conduce dalla «malefica e meravigliosa» isola dell’infanzia alla coscienza di sé e al mistero della vita adulta. Tuttavia, l’arte menzognera del romanziere Elsa Morante quanto più manifesta e lascia trasparire, tanto più vanifica e nasconde nel potere suggestivo delle immagini e dei simboli. Così, per il fanciullo-eroe Arturo-Boote, diventare adulto equivale ad abbandonare Procida: la solare felice isola dell’infanzia, l’isola delle certezze assolute, lo spazio chiuso e senza tempo, su cui vaga «sospesa nell’aria» l’arcana divinità della madre perduta.

E lo svelamento della realtà e della vita ha fatalmente inizio con l’arrivo a Procida della giovanissima sposa del padre, Nunziatina, figura di madre-amante-bambina, definita dalla critica «una delle immagini più vive e sorprendenti del nostro romanzo contemporaneo».

Varcate, infine, tutte le frontiere, oltrepassate le Colonne d’Ercole, dissolte tutte le certezze, Arturo Gerace lascia il mondo del mito ed entra nel mondo della storia con l’acquisita consapevolezza che «Quella, che tu credevi un piccolo punto della terra, fu tutto».

Uno dei miei primi vanti era stato il mio nome. Avevo presto imparato (fu lui, mi sembra, il primo a informarmene), che Arturo è una stella: la luce più rapida e radiosa della figura di Boote, nel cielo boreale! E che inoltre questo nome fu portato pure da un re dell’antichità, comandante a una schiera di fedeli: i quali erano tutti eroi, come il loro re stesso, e dal loro re trattati alla pari, come fratelli. Purtroppo, venni poi a sapere che questo celebre Arturo re di Bretagna non era storia certa, soltanto leggenda; e dunque, lo lasciai da parte per altri re più storici (secondo me, le leggende erano cose puerili). Ma un altro motivo, tuttavia, bastava lo stesso a dare, per me, un valore araldico al nome Arturo: e cioè, che a destinarmi questo nome (pur ignorandone, credo, i simboli titolati), era stata, così seppi, mia madre. La quale, in se stessa, non era altro che una femminella analfabeta; ma più che una sovrana, per me.

DEMIAN DI HERMAN HESSE

Storia della giovinezza di Emil Sinclair”, risale agli anni immediatamente successivi la fine della prima guerra mondiale con l’obiettivo di mostrare ai giovani tedeschi, confusi e privi di ogni entusiasmo, una possibile strada da intraprendere per uscire dalla situazione di apatia in cui versavano. Racconta il sofferto percorso di formazione del giovane protagonista che si trova a fronteggiare due realtà solo in apparenza diametralmente opposte. Da una parte il “bene”, la luce e la giustizia, dall’altre il “male” con le sue zone d’ombra, la malvagità e la cattiveria. Due universi che spesso tendono a sovrapporsi generando confusione, curiosità e sensi di colpa. Emil avrà modo di sperimentarli entrambi, prima sotto l’influenza negativa di Kromer, compagno di scuola che lo spinge a rinnegare tutti i valori che la famiglia aveva da sempre insegnato a rispettare, per ritrovarli in seguito grazie alla misteriosa figura di Demian. Personaggio senza tempo che sembra sospeso fra presente e passato, a tratti difficile da comprendere, ma ugualmente determinante nel cammino di Emil alla ricerca di sé stesso.

Demian è un romanzo che vuole dare una spinta decisiva al recupero di ideali per troppo tempo messi da parte e alla comprensione del proprio “io” tramite una profonda analisi interiore. L’influenza della psicanalisi è facilmente riconoscibile lungo tutte le pagine del romanzo, influsso che non risparmiò lo stesso Hesse che tramite la scrittura si sottopose in prima persona ad un’autoanalisi dolorosa tesa alla scoperta del significato dell’esistenza e all’identificazione dei valori ai quali aggrapparsi nei momenti di crisi.

Comincio la mia storia con un’esperienza di quando
avevo dieci anni  e frequentavo la scuola media della
nostra cittadina. Molte cose mi aleggiano incontro col
loro profumo e mi toccano nell’intimo con dolore e
brividi di piacere, vicoli scuri e case luminose e torri,
rintocchi d’orologio e volti umani, stanze piene di comodità e di piacevole calore, stanze piene di mistero e
di grande paura degli spettri. Sento l’odore di caldi
luoghi angusti, di conigli e di domestiche, di medicine
fatte in casa e di frutta secca. Vi si mescolavano due
inondi, da due poli venivano il giorno e la notte.

Un mondo era la casa paterna, ma era di per sé ancor
più limitato perché in realtà comprendeva soltanto i
miei genitori. Mi era in gran parte ben noto, si chiamava madre e padre, si chiamava amore e rigore, esempio
e scuola. Era animato da un mite splendore, da chiarezza e pulizia, vi dominavano discorsi dolci e gentili, mani
lavate, abiti puliti, buoni costumi. Lì si cantava il corale
mattutino, lì si festeggiava il Natale. C’erano linee e vie
dirette che conducevano nel futuro, c’erano il dovere e
la colpa, la coscienza sporca e la confessione, il perdono, i buoni propositi, l’amore e l’ammirazione, la parola
della Bibbia e la saggezza. A quel mondo ci si doveva
attenere perché la vita fosse trasparente e pulita, bella
e ordinata.

L’altro mondo invece cominciava già all’interno della
nostra stessa casa ed era completamente diverso, aveva
un odore diverso, parlava una lingua diversa, prometteva ed esigeva cose diverse. C’erano domestiche e garzoni, storie di fantasmi e dicerie scandalose, c’era un flusso confuso di cose enormi, seducenti, terribili e misteriose, cose come il mattatoio e la prigione, ubriachi e
donne urlanti, mucche partorienti, cavalli stramazzati,
racconti di scassinamenti, omicidi e suicidi. Queste cose
belle e orrende, violente e crudeli accadevano nei dintorni, nella strada e nelle case più vicine, mentre qua e
là si aggiravano poliziotti e vagabondi. Ubriachi battevano le loro donne, frotte di ragazze fluivano la sera
dalle fabbriche, vecchie donne potevano ammaliare
qualcuno e farlo ammalare, banditi abitavano nel bosco, incendiari erano catturati dai gendarmi, dovunque
sgorgava e diffondeva il suo odore questo secondo
mondo violento, dovunque, tranne che nelle nostre
stanze, dove erano mia madre e mio padre. E questo
era un gran bene. Era meraviglioso che da noi regnassero la pace, l’ordine e la calma, il dovere e la coscienza
pulita, il perdono e l’amore, ma egualmente meraviglioso che ci fosse anche tutto il resto, il fragore, l’accecamento, l’oscurità e la violenza, che si potevano però
fuggire rifugiandosi in un salto dalla mamma.

E la cosa più strana era la contiguità di quei due
mondi, e come la vicinanza li riunisse! Ad esempio
Lina, la nostra domestica, quando la sera nell’ora della
preghiera, seduta vicino alla porta del salotto con le
mani lavate appoggiate sul grembiule stirato, partecipava al canto con la sua voce chiara, apparteneva completamente a mio padre e a mia madre, a noi, al mondo
luminoso e giusto. Subito dopo quando nella cucina o
nella legnaia mi raccontava la storia dell’omino senza
testa, oppure quando attaccava briga con le altre donne
nella piccola bottega del macellaio, era allora un’altra
persona, apparteneva all’altro mondo, ed era circondata dal mistero. E questo accadeva per ogni cosa, ma
soprattutto per me stesso. Certo, appartenevo al mondo chiaro e giusto, ero figlio dei miei genitori, ma dovunque volgessi l’occhio e l’orecchio, ovunque affiorava l’altra dimensione ed io vivevo anche in quella, sebbene mi fosse spesso estranea e inquietante e ne ricavassi di regola paura e la coscienza sporca. In certi
periodi preferivo in assoluto vivere in quell’universo
proibito e il ritorno al chiaro, per quanto necessario e
buono potesse essere, spesso era quasi come rientrare
in un mondo meno bello, più monotono e vuoto. A
volte sentivo con certezza che scopo della mia vita era
di diventare come mio padre e mia madre, come loro
chiaro e puro, superiore e ordinato; ma per arrivarci il
cammino era lungo, occorreva sostenere prove ed esami e la strada passava continuamente davanti all’altro
mondo, quello più buio, lo attraversava e non era per
niente impossibile restarvi immergendosi in esso. C’erano storie di figli perduti cui questo era successo: le
avevo lette con passione. Il ritorno dal padre e al bene
era sempre edificante e straordinario ed io sentivo veramente che solo questo era giusto, buono e desiderabile, eppure la parte della storia che si svolgeva fra
gente malvagia e perduta era di gran lunga la più allettante e se si fosse potuto ammetterlo e dirlo, sovente
era proprio un peccato che il figliol prodigo venisse
ritrovato e facesse penitenza. Ma non lo si diceva e
neppure lo si pensava. Era solo in qualche modo presente, come un presagio e una possibilità, nelle profondità del sentimento. Quando mi immaginavo il demonio, potevo raffigurarmelo molto bene giù in mezzo alla
via, travestito o a volto scoperto, oppure alla fiera o in
un’osteria, mai però nella nostra casa.

Anche le mie sorelle appartenevano al mondo chiaro.
Spesso mi sembrava che la loro natura fosse più vicina
a quella di mio padre e di mia madre; erano migliori di
me, più educate e irreprensibili. Difetti in realtà ne
avevano, come avevano cattive maniere, ma mi sembrava che non dipendessero da cause profonde, diversamente da me che avevo un rapporto col male spesso
assai forte e tormentoso ed ero molto più vicino al
mondo oscuro. Bisognava aver riguardo e rispetto delle
sorelle, come dei genitori, e quando litigavo con loro, di
fronte alla mia coscienza ero sempre quello cattivo,
l’istigatore, colui che doveva chiedere scusa. Perché
offendendole offendevo i genitori, il bene e la sfera
dell’autorità. C’erano segreti che potevo confidare ai
peggiori ragazzi di strada piuttosto che a loro. In giornate buone, quando era chiaro e avevo la coscienza a
posto, era meraviglioso giocare con le mie sorelle, essere buono e gentile e apparire a me stesso in una luce di
nobiltà e di bravura. Così dovevano essere gli angeli!
Era la cosa più alta che conoscevamo e ci immaginavamo dolce e meravigliosa la condizione degli angeli, circondati da suoni chiari e dal profumo che diffondono
il Natale e la felicità. Ma quanto sono rare ore e giornate simili! Spesso nei giochi, di per sé buoni, innocenti
e consentiti, impiegavo una passione e una violenza che
le mie sorelle non potevano sopportare, e questo provocava litigi e situazioni incresciose e quando poi venivo
assalito dalla collera diventavo tremendo, facevo e dicevo cose di cui provavo la profonda e scottante infamia
nel momento stesso in cui ciò avveniva. Poi seguivano
le ore penose e cupe del pentimento e della contrizione,
il momento doloroso in cui chiedevo perdono e poi di
uovo un raggio di luce, una tacita e riconoscente felicità senza discordie, per ore o attimi.

Frequentavo la scuola media, nella mia classe c’erano
il figlio del borgomastro e quello del soprintendente
forestale, ragazzi sfrenati, anche, se facevano parte del
mondo buono e lecito, che venivano qualche volta a
trovarmi. Ma avevo rapporti più stretti con i ragazzi che
abitavano nei dintorni, scolari della scuola elementare
che di solito disprezzavamo. Con uno di loro devo
cominciare il mio racconto.

E mi parlò di un giovane che era innamorato di una stella. In riva al mare tendeva le braccia e adorava la stella, la sognava e le rivolgeva i suoi pensieri. Ma sapeva o credeva di sapere che le stelle non possono essere abbracciate dall’uomo.Considerava suo destino amare senza speranze un’astro, e su questo pensiero costruì tutto un poema di rinuncie e di mute sofferenze che dovevano purificarlo e renderlo migliore. Tutti i suoi sogni però erano rivolti alla stella. Una volta, trovandosi di nuovo su un alto scoglio in riva al mare notturno, stava a guardar la stella ardendo d’amore. E nel momento di maggior desiderio fece un balzo e si buttò nel vuoto per andare incontro alla stella. Ma nel momento stesso del balzo un pensiero gli attraversò la mente: no, è impossibile!Così cadde sull’arena e rimase sfracellato. Non sapeva amare. Se nel momento del balzo avesse avuto l’energia di credere fermamente nel buon esito, sarebbe volato in alto a congiungersi con la stella.”

…ero salvo dalle mani di Kromer e del demonio, ma non per opera mia e con le mie forze. Avevo tentato di camminare per le vie del mondo, ma le avevo trovate troppo sdrucciolevoli. E ora che una mano amica mi aveva salvato, ritornai senza più guardarmi intorno nel grembo materno e nella sicurezza di una puerizia pia e protetta.

L’ADOLESCENTE DI  FEDOR DOSTOEVSKIJ

Nel 1875 apparve L’adolescente , ritratto di un giovane che vince la propria solitudine e l’astio verso gli altri abbracciando gli ideali di un mistico populismo cristiano. Protagonista è il giovane Arkadij Dolgorukij, figlio illegittimo del proprieta rio terriero Versilov, e di una donna di condizione servile Sofja Andreevna, che Versilov, benché già sposato, ha strappato al buon marito Makarij Ivanovic. La sottomessa e dignitosa Sofja vive molto poveramente. Lei ha avuto dall’amante, spesso assente e sempre infedele, due figli: Arkadij e Lisa. Lisa è cresciuta accanto alla madre. Arkadij da bambino è stato messo in pensione presso un francese rozzo e crudele, Monsieur Touchard. Conscio della proprio condizione di bastardo, Arkadij aspira a una rivin cita che gli sembra possibile solo con il potere e l’isolamento; ma prima deve accumulare una grossa fortuna. Volontà e fermezza sono le virtù cui aspira, indispensabili per raggiungere il suo obiettivo. Risparmia sul piccolo stipendio che gli passa Versilov, si assoggetta a duri sacrifici materiali. Ma non ha fatto i conti con sé stesso. Il primo segno di cedimento verso l’«idea» avviene quando Arkadij dà metà dei risparmi per soccorrere la piccola Rinoscka [Rynocka], una neonata trovata moribonda presso la porta della casa dove abita. Seguono altri cedimenti. In Arkadij poi agisce una disperata ammirazione per Versilov, che ama e disprezza allo stesso tempo. A causa di questi sentimenti, si trova legato al destino burrascoso di Versilov. Costui è uomo sensuale, elegante, intelligente, tragicamente diviso tra la pas sione per l’altera Katerina Nikolaevna ricca e nobile, e l’affet to compassionevole e pieno di rimorso verso Sofja Andreevna. C’è un giro vorticoso di ricatti e intrighi, in cui il denaro gioca sempre il ruolo principale. Emerge in questo gioco l’abietta fi gura di Lambert, ex compagno di scuola di Arkadij. Katerina si fidanza con il barone Rioring. A casa di Sofja muore Makarij Ivanovic, quasi santo nella sua consapevole mitezza e rimprovero vi vente per Versiolv. Tutto questo sconvolge Versilov fino alla follia. Arkadij è definitivamente distratto dai suoi sogni di forza e potenza dalla catastrofe del padre cui ha partecipato, inconsapevole burattino di Lambert. Sullo sfondo altri conflitti: Lisa la sorella di Arkadij rimane incinta di un principe Sokol- skij che, imprigionato per truffa, impazzisce. Anna figlia legit tima di Versilov decide di sposare, a freddo e per interesse, un vecchio principe, un altro Sokolskij.

Romanzo dell’adolescente come l’essere che non è ancora uomo (situazione complicata ma non sostanzialmente modificata dalla sua condizione di bastardo e da un’educazione sbagliata), e quindi fondamentalmente incompleto, ambiguo, inutile e velleitario: capace di entusiasmi e di miraggi ideali, forse di eroismi ma sempre fantastici, quindi infecondi, di virtù e vergogne per lo più immotivate, solitario più per volontà propria che d’altri, incapace di rendersi conto della realtà ma con la presunzione di dominarla, di saper giudicare e di vincere, di saper costruire grandi programmi di vita; quasi mostruoso, quasi ridicolo, pieno tuttavia di una levità e di un sottile mistero, umiliato e radioso, spinto a nascondersi, a rannicchiarsi, e insieme a esibirsi, se non altro in sogni di pericolosa trasfigurazione. Il suo impegno vero è, assai più che quello di conquistare una donna in cui potrebbe incarnarsi la figura materna, di scoprire chi è il padre e attraverso il padre sé stesso: “voglio sapere che uomo egli è”- perché questo gli darebbe il modo, oscuramente intuito, di formarsi e di esistere.

Contemporaneamente il romanzo è da interpretarsi a livello più ampio: rappresentazione di un’adolescenza come carattere di un’epoca intera e forse di un’umanità incapace di esistere e di realizzare ciò che progetta.

L’adolescente è sì colui che non è ancora giunto ad essere uomo, ma proprio per questo in certo modo si salva, perché l’uomo, cioè l’individuo maturo, la specie perfetta, è colui che è capace di compiere il male. Nell’imbecillità o nei miraggi dell’adolescente c’è questo sottinteso pauroso, che quando egli fosse all’altezza degli altri e padrone della situazione, sarebbe colpevole e quindi dannato. E se una bontà brilla in lui, viene da ciò che egli non è ancora uomo – la bontà del bambino, dell’idiota, del mal riuscito: larva di una santità da Dostoevskij lungamente cercata.

Dostoevskij  coglie  illusioni e tormenti della società borghese, di un gruppo di personaggi istruiti ma ossessionati dall’interesse privato, votati più che alla cospirazione all’intrigoa. Di fronte a questo mondo è giustificato il carattere dell’adolescente, il suo odio contro tutti e nessuno, i suoi sogni di ingiustificato potere, l’idea maniacale e l’incapacità di realizzarla.

L’adolescente si chiude nel suo io, ma soffre, vagheggia una felicità universale da cui egli è escluso. Con l’incubo dell’agire: “bisogna decidersi!”, anche se la decisione è già sempre fallita. Sarebbe infatti la rivincita del bastardo ma anche l’ultima e definitiva maledizione. L’adolescente è in fondo un romantico, quindi “una vita nuova, più alta!”.

L’albergo risultò misero e piccolo, ma in mezzo al verde e tutto circondato da aiuole di fiori, come è usuale laggiù. Mi assegnarono una cameretta angusta e, dato che avevo viaggiato tutta la notte, dopo aver pranzato mi addormentai alle quattro del pomeriggio.

«Feci un sogno per me del tutto inatteso, perché non ne avevo mai fatto di simili prima d’allora. Nella pinacoteca di Dresda c’è un quadro di Claude Lorrain indicato in catalogo come Aci e Galatea; io però l’ho sempre chiamato L’età dell’oro, non so nemmeno io perché. L’avevo già visto anche in precedenza, e adesso, tre giorni prima, di sfuggita l’avevo notato nuovamente. Sognai appunto questo quadro, ma non come un quadro, bensì come se fosse la realtà. D’altronde non so che cosa sognassi veramente: proprio come nel quadro, un angoletto dell’arcipelago greco e anche il tempo, inoltre, sembrava essere tornato indietro di tremila anni; le onde azzurre e carezzevoli, isole e scogli, una costiera lussureggiante, in lontananza un magico panorama, un tramonto affascinante: a parole non si riesce a descrivere tutto ciò. È qui che l’umanità europea ricorda di aver avuto la propria culla e la consapevolezza di ciò riempì anche la mia anima di amore filiale. Qui è stato il paradiso terrestre dell’umanità: gli dei scendevano dai cieli e stringevano legami di parentela con gli uomini… Oh, qui vivevano degli uomini meravigliosi! Essi si destavano e si addormentavano felici e innocenti; i prati e i boschi echeggiavano dei loro canti e delle loro allegre grida; la grande sovrabbondanza di forze intatte veniva profusa nell’amore e nella gioia innocente. Il sole li inondava di calore e di luce rallegrandosi dei propri splendidi figli… Meraviglioso sogno, sublime illusione dell’umanità! L’età dell’oro è il sogno più inverosimile tra tutti, ma per esso gli uomini hanno dato tutta la propria vita e tutte le proprie forze, per esso sono morti e sono stati uccisi i profeti, senza di esso i popoli non vogliono vivere e non possono neppure morire! E tutta questa sensazione io l’ho come vissuta in questo sogno; gli scogli e il mare e i raggi obliqui del sole che tramontava, tutto questo mi sembrava ancora di vederlo quando mi svegliai e aprii gli occhi letteralmente intrisi di lacrime. Ricordo che ero contento. Una sensazione di felicità ancora a me sconosciuta mi trafisse il cuore fino a farmi male; era l’amore per l’umanità intera. Era ormai sera; dalla

finestra della mia piccola camera, attraverso i fiori sul davanzale, entrava un fascio di raggi obliqui inondandomi di luce. Ed ecco, amico mio, ed ecco che questo sole al tramonto del primo giorno dell’umanità europea che avevo visto nel mio sogno, quando mi svegliai, nella realtà, si trasformò per me immediatamente nel sole al tramonto dell’ultimo giorno dell’umanità europea! Allora in particolare sembravano risuonare sopra l’Europa i rintocchi della campana a morto. Non parlo soltanto della guerra e delle Tuileries; anche senza di ciò sapevo che, presto o tardi, tutto sarebbe finito, tutto

il volto del vecchio mondo europeo; ma io, come europeo russo, non potevo ammetterlo. Sì, allora essi avevano appena bruciato le Tuileries… Oh, non preoccuparti, so che era “logico” e capisco fin troppo bene l’inoppugnabilità delle idee correnti, ma, come portatore del pensiero culturale russo superiore, non potevo ammetterlo, perché il pensiero culturale russo superiore è la riconciliazione generale di tutte le idee. E chi allora, in tutto il mondo, avrebbe potuto comprendere un simile pensiero? Io peregrinavo da solo. Non parlo di me personalmente, parlo del pensiero russo. Laggiù c’erano la rissa e la logica; laggiù il francese era soltanto un francese e il tedesco soltanto un tedesco, e ciò più intensamente che in tutta la loro storia; di conseguenza mai il francese ha tanto danneggiato la Francia, e il tedesco la Germania, quanto proprio in quel periodo! Allora, in tutta l’Europa non v’era un solo europeo! Io soltanto, in mezzo a tutti i “petrolieri”, potevo dir loro in faccia che le loro Tuileries erano state un errore; e soltanto io, in mezzo a tutti i conservatori-vendicatori, potevo dire ai vendicatori che le Tuileries, sebbene fossero state un delitto, erano tuttavia la logica. E questo perché, ragazzo mio, io solo, in quanto russo, ero allora l’unico europeo in Europa. Non sto parlando di me, sto parlando di tutto il pensiero russo. Io peregrinavo, amico mio, peregrinavo ed ero fermamente consapevole che dovevo tacere e peregrinare. Ma, tuttavia, provavo tristezza. Io, ragazzo mio, non posso fare a meno di avere un alto concetto della mia nobiltà. Tu ridi, mi sembra?».

«No, non rido», replicai commosso, «non rido affatto: voi avete sconvolto il mio cuore con la vostra visione dell’età dell’oro e, credetemi, comincio a comprendervi. Ma più di tutto sono lieto che abbiate tanta stima di voi stesso. Mi affretto a dichiararvelo. Non mi sarei mai aspettato questo da voi!».

«Ti ho già detto che mi piacciono le tue esclamazioni, caro», disse lui sorridendo di nuovo della mia ingenua esclamazione e, alzatosi dalla poltrona, cominciò, senza accorgersene, a camminare avanti e indietro per la stanza. Mi alzai anch’io. Egli continuava a parlare nel suo strano linguaggio, ma con un’acutissima penetrazione di pensiero.

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